Vino e Pane I. Silone

vino e pane

Titolo: Vino e pane

Autore: Ignazio Silone

Editore: Oscar Mondadori 2014

 In Vino e Pane Ignazio Silone pare voglia tracciare i contorni ben definiti di un vademecum per la militanza politica, analizza con fare quasi ossessivo le vite dei contadini, i cafoni, che non si interrogano su quello che accade oltre il loro piccolo paese e hanno come unica preoccupazione quella per il raccolto che restituirà la terra sulla quale ricurvi passano la maggior parte della propria esistenza. In questo quadro, Pietro Spina, il comunista emigrato per motivi politici e rientrato in Italia nelle vesti di Don Paolo alla vigilia della guerra in Etiopia del 1935-1936, viene continuamente disatteso nella speranza di poter suscitare nei contadini un seppur minimo interesse nell’azione volta al cambiamento delle proprie condizioni di vita. Quello di cui parla Don Paolo è un sogno, le cose vanno come devono andare, come il fiume che scorre nel suo letto e non si può modificare: unica soluzione è un bicchiere di vino, le domande non si devono porre.

I cafoni si lamentano come si sono lamentati i loro padri, i loro nonni e non prevedono nessun tipo di mutamento, non lo auspicano neanche, credono che questo sia lo stato naturale delle cose e non possa essere migliorato, essi vanno avanti nella vita cercando di sopravvivere.

“Don Paolo non aveva sonno quella sera. Una strana inquietudine lo rendeva loquace.

Da che mondo è mondo egli disse i cafoni si lamentano, ma restano rassegnati.

Continuerà sempre così? Se si potesse morire di fame, saremmo già morti disse uno dei giocatori.

Non credete che una volta le cose potranno cambiare? disse ancora don Paolo.

Si, quando il malato è all’altro mondo, arriva il medico disse l’altro.

Don Paolo divenne imprudente. Non avete mai udito egli disse che vi sono paesi in cui le cose sono differenti?

Fu Matalena a rispondergli. Si, vi sono paesi diversi dai nostri ella disse.

Dio ha messo l’erba dove non ci sono pecore, e le pecore dove non c’è erba.

Ho capito disse don Paolo.

Buona notte”.

“Don Paolo rimase nella sua camera, a tavolino, curvo su alcuni fogli che recavano questa intestazione: “Sull’inaccessibilità dei cafoni alla politica”.

Ma non gli riusciva di concentrarsi col frastuono che saliva dalla cantina”

Le giornate passano e Don Paolo continua a cercare un confronto con i contadini, instancabile continua a interrogare i cafoni per insinuare un dubbio, per destare qualche reazione:

“Forse tra giorni andrò via disse don Paolo.

Mi sento abbastanza rimesso.

Ma prima di partire vorrei avere una idea più precisa del vostro modo di pensare.

Siamo zappaterra disse Daniele. E’ presto detto. C’è poco da pensare.

Anche un cafone qualche volta riflette disse il prete.

Ecco, per cominciare, Daniele, non potresti dirmi che cosa pensi tu della situazione?

Di quale situazione voi parlate? disse Daniele.

Della situazione generale del paese.

Di quale paese? di Pietrasecca?

Volete sapere se penso che Pietrasecca non starebbe meglio situata in un

altro posto? Devo confessarvi che su questo punto non ho mai riflettuto.

Questo paese è stato sempre qui.

Non mi hai capito disse il prete.

Mi riferivo alle condizioni di vita in generale, qui e altrove, in Italia.

Cosa ne pensi? Niente disse Daniele.

Sapete, ognuno ha i suoi dolori.

Ognuno ha le sue pulci disse Sciatàp.

Secondo voi bisogna occuparsi anche di quelle degli altri?

Ognuno ha il suo piccolo pezzo di terra disse Grascia.

Ognuno pensa giorno e notte al suo pezzo di terra.

Se piove troppo, se grandina, se non piove affatto.

Ma l’Italia è un’infinità di terre, montagne, colline, pianure, boschi, laghi, paludi, spiagge.

Ci sarebbe da diventar pazzi, se si dovesse pensare a tutto questo.

La testa dell’uomo è troppo piccola.

La nostra piccola testa non può pensare che a un piccolo pezzo di terra.

A volte disse Sciatàp la nostra testa non basta neppure per il nostro piccolo pezzo di terra.

E a che servono i pensieri? La grandine cade ugualmente. Non mi avete capito disse il prete.

Vorrei sapere che cosa ne pensate di questo governo.

Niente disse Daniele.

Gli altri assentirono: Niente.

Come? disse il prete.

Eppure vi lamentate di continuo.

Ognuno ha i suoi dolori disse Magascià.

Il resto non c’interessa.

Tutt’al più ci si occupa del vicino; si guarda la sua vigna o la sua terra;

si guarda attraverso la porta o la finestra della sua casa,

se la porta o la finestra è aperta; si guarda nel suo piatto,

quando egli mangia la minestra seduto sulla soglia di casa.

Ognuno ha le sue pulci disse Sciatàp.

Probabilmente anche il governo ha le sue.

Faccia come noi, si gratti.

Che altro gli possiamo consigliare? Non mi avete capito disse il prete.

Vorrei sapere che cosa pensate delle tasse, dei prezzi, del servizio militare, delle altre leggi.

Bevete gli disse Magascià.

Reverendo, si vede che avete tempo da perdere.

No, non volevo offendervi.

Intendevo dire che sono domande superflue.

Ognuno sa quello che pensiamo di certe cose.

Sulle tasse, sul servizio militare, sui fitti delle terre tutti la pensiamo allo stesso modo disse Daniele.

Anche i più timorati e sottomessi, anche i più bigotti.

Non è un segreto, non è un pensiero nascosto o nuovo.

Sarebbe veramente strano che la pensassimo diversamente.

[…]

Si, vi lamentate disse don Paolo riprendendo il discorso di prima però rimanete curvi e rassegnati.

Si nasce e si cresce nello stesso pensiero disse Sciatàp.

I più lontani ricordi della nostra mente che cosa sono? I nostri vecchi che si lamentavano.

I nostri figli che cosa ricordano della loro infanzia? Noi che ci lamentavamo.

Si credeva che non potesse venire il peggio, ma il peggio è venuto.

Anche i ciechi, anche i sordomuti lo sanno.

Non ho mai incontrato una persona che la pensasse diversamente.

Anche le autorità lo sanno disse Magascià.

Sapete che cosa ha detto il podestà di Fossa nel suo ultimo discorso in piazza?

“Non pretendo mica che non vi lamentiate” ha detto,

“ma fatelo almeno in famiglia, non in piazza, non nei corridoi del municipio.

Abbiate almeno un po’ di decoro.” E in fin dei conti aveva ragione.

Il decoro ci vuole. A che serve lamentarsi? Non sono d’accordo disse Grascia.

Se non altro serve a non scoppiare.

Ma non credete che un giorno le vostre tribolazioni possano finire? disse il prete.

Parli di un’altra vita, dopo morto? disse Grascia.

Parli del Paradiso? No, parlo di questo mondo insisté don Paolo.

Non credete che un giorno i grandi proprietari possano essere espropriati

le terre date ai poveri? Che il paese sia amministrato da uomini come voi?

Che i vostri figli, i vostri nipoti nascano uomini liberi?

Conosciamo questo sogno disse Grascia.

Ogni tanto se ne sente riparlare.

E’ un bel sogno, non ce n’è di più bello.

Ma purtroppo non è che un sogno disse Magascià.

Un bel sogno disse Sciatàp.

I lupi e gli agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato.

I pesci grossi non mangeranno più i pesci piccoli.

Una bella favola.

Ogni tanto se ne sente riparlare.

Voi credete che sulla terra la dannazione sarà eterna? disse il prete.

Voi non pensate che un giorno le leggi possano essere fatte da voi, a favore di tutti? No disse Magascià.

Questo no.

Nessuna illusione.

Se dipendesse da me disse Grascia abolirei tutte le leggi.

Il male viene da lì.

E’ un sogno disse Sciatàp.

Un bel sogno.

Al posto di tutte le leggi abolite, se dipendesse da me, ne metterei una sola disse Grascia.

Perché nessuno più si lamenti, basterebbe, credete a me, questa sola legge:

Ogni italiano ha il diritto di andarsene. Impossibile disse Daniele.

Chi ci rimarrebbe qui? E’ un sogno disse Sciatàp.

Un bel sogno.

Sarebbe come abolire la porta nelle stalle.

Bevi e passa il fiasco gli disse Magascià.

Non ce n’è più disse Sciatàp.

Vado a prendere un altro fiasco? No, è già tardi disse don Paolo.

Mi sento un po’ stanco.

Tornato in camera, egli tirò fuori dalla valigia il quaderno con l’intestazione

“Sull’inaccessibilità dei cafoni” e si sedette vicino al tavolino.

A lungo rimase pensieroso con la testa tra le mani; infine cominciò a scrivere: “Forse essi hanno ragione”.

Don Paolo riesce comunque a trovare interlocutori nel paese di Pietrasecca dove è in convalescenza, alcuni paesani ravvisano in lui un ottimo punto di riferimento per un confronto politico e culturale e quasi con naturalezza si trovano a parlare del problema più grande della politica, l’economia. Consapevoli che le banche detengono il potere principale, nasce quasi spontaneo il bisogno di una rivoluzione, se ne parla apertamente. Don Paolo inizia dunque a camminare lentamente in queste terre fertili azzardando che è fondamentale sovvertire l’ordine presente e così dare un significato alla propria esistenza.

Conosci il figlio di don Luigi il farmacista? Pompeo? disse Bianchina.

E’ un mio amico. […] Bianchina disse: Alla villa probabilmente conoscerai anche Alberto Colamartini, il fratello di Cristina.

Grandi scritte di vernice rossa si leggevano sui muri screpolati e striati di umidità: “Viva le corporazioni

senza i padroni”, “Viva la seconda rivoluzione”.[…]

Quest’è Pompeo disse Bianchina.

Bianchina ci ha parlato di voi disse Pompeo.

Mi pare disse Bianchina che voi siete fatti per intendervi.

E’ probabile disse don Paolo che sulle questioni essenziali siamo d’accordo.

Non parlo tanto di teorie politiche, quanto dell’uso da fare della nostra esistenza.

Ma è un accordo difficile a esprimersi.

Perché? disse Pompeo.

Ci dividono alcune cose superficiali disse don Paolo.

Per intenderci non bisognerebbe aver paura di spogliarci dei luoghi comuni, dei simboli, delle etichette.

Noi non abbiamo paura disse Pompeo.

Siamo arrivati a un punto disse don Paolo in cui un fascista sincero

non dovrebbe aver paura di parlare con un comunista o un anarchico;

un intellettuale con un cafone.

Volete forse dire che tutte le divisioni tra gli uomini sono artificiali? domandò Pompeo.

Che le lotte sono inutili? Certamente no disse don Paolo.

Ma ve ne sono di artificiose, create a bella posta per nascondere le opposizioni essenziali.

Vi sono forze divise che dovrebbero essere unite, ve ne sono altre, artificialmente unite,

che dovrebbero essere spartite.

Molte divisioni attuali sono malintesi verbali.

Molte unioni non sono che accordi di parole.

Sediamoci disse Bianchina.

Si pensa meglio”.

[…] Pompeo stava dicendo: C’era un uomo che aveva salvato il paese dalla rovina

e indicato la via del rinnovamento.

Le sue parole erano chiare e non lasciavano dubbi.

Arrivato al governo, noi ci si meravigliava che i suoi atti fossero

in contrasto con le sue parole. Ci domandavamo:

“E’ possibile che egli abbia tradito?”.

E’ venuto qualcuno da queste parti, alcune settimane fa, e ci ha rivelato la verità.

Egli è prigioniero della banca, ci ha detto.

Nient’altro. Ma in che senso intendeva?

E’ veramente in catene nel sotterraneo di una banca?

Oppure era un modo di dire? Che ne pensate voi? domandò il vaccaro al prete.

Che l’uomo di cui parlate, sia veramente detenuto in una banca,

non saprei dire con certezza disse don Paolo.

Alcuni lo credono. D’altronde non si tratta di un uomo solo.

Quello che è certo e di cui ognuno può accertarsi purché abbia gli occhi aperti,

è che l’intero paese è prigioniero della finanza.

Che bisogna fare dunque? disse Bianchina.

Anch’io sono convinto che bisogna preparare una seconda rivoluzione disse don Paolo.

Bisogna liberare il nostro paese dalla prigionia della banca.

E’ una impresa lunga, aspra e piena d’imboscate.

Ma ne vale la pena. Don Paolo aveva parlato con calma e senza enfasi alcuna,

ma anche con un accento di fermezza da non lasciare dubbi.

Bianchina gli saltò al collo e l’abbracciò.

Chi si sarebbe mai immaginato di avere un prete con noi, per la seconda rivoluzione?

disse Alberto ridendo. Don Paolo non è un prete, ma un santo disse Bianchina.

Non ve l’avevo detto? In tutte le rivoluzioni disse Pompeo vi sono stati dei preti

che hanno abbracciato la causa del popolo.

Devo dirvi dichiarò don Paolo che io non ci tengo molto alla veste talare.

E’ piú prudente che lei resti prete disse Pompeo.

Rispettiamo la prudenza concluse il prete ridendo.

Ma che cosa c’è da fare subito, praticamente? disse il vaccaro.

Se permettete disse don Paolo di questo preferirei parlare anzitutto a quattr’occhi con Pompeo”.

[…] Noi apparteniamo a due generazioni differenti disse don Paolo, ma alla stessa specie di giovani.

Essa si riconosce dal fatto che prende sul serio i princípi professati dai padri, o dai maestri, o dai preti.

Questi princípi sono proclamati come i fondamenti della società,

ma è facile constatare che il funzionamento reale di questa li contraddice o li ignora.

I piú, gli scettici, vi si adattano, gli altri diventano rivoluzionari.

Gli scettici disse Pompeo affermano che il divario fra dottrina e realtà è un fatto inevitabile.

Come rispondere? Forse; ma anche le rivoluzioni sono dei fatti disse don Paolo.

Ognuno sceglie quello che preferisce.

Avete ragione disse Pompeo.

Si tratta dell’uso che si vuole fare della propria esistenza.

Il sentiero continuava affiancato da una fila di mandorli, tra campi di stoppie bruciate.

Faceva molto caldo. Vi erano cespugli isolati di more mature e i due si fermarono a coglierne alcune.

Piú in là il sentiero sboccava sulla strada nazionale, a quell’ora ingombra di asini, traini e cafoni che

tornavano dalla campagna.

Che fare? disse Pompeo.

Pensiamoci assieme disse don Paolo.

Ne riparleremo dopo averci riflettuto.

Sono contento di avere incontrato un prete come voi disse Pompeo.

In ognuno di questi villaggi ho qualche amico, ve li farò conoscere.

A me sembra disse don Paolo che solo ora acquisti un senso la noiosa malattia che mi costrinse ad

allontanarmi dalla mia diocesi e a venire qui”.

Forte delle conversazioni con Pompeo e Bianchina, Don Paolo sente che è necessario creare una nuova organizzazione per agire concretamente sul territorio; decide di recarsi a Roma per tessere di nuovo le fila di un movimento rivoluzionario. Si scontra purtroppo con i vecchi compagni che sono legati agli schemi di partito e sente una crescente insofferenza nei loro confronti, egli vuole passare all’azione il prima possibile, sente che non c’è tempo da perdere e si rende conto che parlare con i vecchi compagni di partito è completamente inutile.

“Io non ho piú tempo da perdere disse Pietro con decisione.

Da sei mesi sono rientrato in Italia e non ho ancora fatto nulla.

Ormai sono stufo di aspettare.

Per l’azione della Marsica ho bisogno di qualche collaboratore fidato.

Un’organizzazione illegale è una tela che si fa e disfa continuamente disse Romeo.

Lo sai meglio di me.

Una tela che costa sangue e pazienza.

L’organizzazione dei gruppi di Roma è stata distrutta varie volte e da capo ricostruita.

Quanto bisogna faticare per ritrovare dei collegamenti e, spesso, quanto poco durano.

Ho visto molti amici andare in carcere.

Altri sono spariti senza lasciar traccia.

Certuni li dobbiamo allontanare perché sospetti.

Eppure, bisogna tener duro.

Va bene disse Pietro.

Mi arrangerò da solo.

C’è altro disse Romeo con evidente imbarazzo.

Cosa c’è? Ho visto Battipaglia, l’interregionale.

Cosa ti ha detto? Mi ha avvertito che forse sarai espulso dal partito.

Non dipende da lui.

Se questo accadesse, mi dispiacerebbe assai disse Romeo.

Fa’ del tutto per evitarlo.

Non essere testardo.

Mi lascino in pace disse Pietro.

Non pretendano da me l’impossibile.

Non posso mica sacrificare al partito i motivi per cui vi ho aderito.

Romeo insistette.

Rompere col partito disse significa abbandonare l’idea.

E’ un ragionamento sbagliato disse Pietro.

Sarebbe come mettere la Chiesa prima di Cristo.

Va bene disse Romeo.

Conosco il tuo modo di pensare ma non essere testardo.

I due si strinsero forte la mano e si allontanarono in due direzioni opposte”.

Intanto la guerra in Etiopia è stata dichiarata, Don Paolo tenace continua a chiedere il parere dei contadini, cerca nuovamente di instaurare un dialogo e ne rimane ancora deluso perché i cafoni non riescono a vedere oltre la loro terra, si chiedono se la guerra avrà ripercussioni sull’unica fonte di sopravvivenza e confermano a Don Paolo la completa inerzia e disinteresse per i fatti nazionali che stanno accadendo. Egli si ritrova a piangere e, nulla potendo se non scrivere il proprio dissenso sui muri, si arma di un pezzo di carbone e gira per il paese iniziando una sorta di battaglia personale.

“Tra gli altri don Paolo ritrovò un gruppo di gente di Pietrasecca, Magascià, Sciatàp, altri, già in buona parte

ubbriachi. Avete capito qualcosa di quello che succede? domandò il prete a quei suoi conoscenti.

Non ci mancherebbe altro disse Sciatàp.

Nessuno ci ha detto che sia obbligatorio capire.

Le cose vanno per conto loro disse Magascià.

Come l’acqua del fiume.

A che serve capire?

Se tu cadi nel fiume, ti lasci travolgere dall’acqua? disse il prete.

Magascià alzò le spalle.

Un certo Pasquandrea pretendeva che presto si sarebbe potuto nuovamente emigrare, e questo era

l’importante.

Un altro, un certo Campobasso, aggiunse che certamente vi sarebbero state requisizioni di cavalli e di muli,

“ma chi ha solo un asino non ha da aver paura”, quindi lui era al sicuro.

Sciatàp voleva sapere dal prete se “il raggio della morte” potesse distruggere anche le sementi sotto terra.

Gli altri ascoltavano e bevevano, stupiti, storditi, silenziosi.

Magascià disse al prete: Faresti meglio di bere e di non perdere tempo a domandarci cose che non capiamo.

Vedi, a Pietrasecca uno scherzo o gioco di parole durano molti anni, passano dai padri ai figli,

si sentono ripetere infinite volte, sempre allo stesso modo.

Ma, qui, in un solo giorno si sentono tante novità che uno finisce con l’avere il mal di testa.

Che c’è da capire? Le cose vanno per conto loro disse Sciatàp.

Se capisci e se non capisci.”

“La via della stazione era deserta, la stazione silenziosa, nella sala d’aspetto dormiva

un mendicante con un cane. L’ultimo treno era già passato.

Sopra lo sportello del bigliettaio don Paolo scrisse col carbone: “Abbasso la guerra”.

“Don Paolo scrisse con belle lettere in stampatello: “Viva la libertà” “Viva la pace””

“Ad ogni modo sulla candida parete don Paolo scrisse accuratamente con grandi caratteri:

“Viva l’indipendenza dei popoli dell’Africa” “Viva l’Internazionale””

Le scritte sui muri hanno un certo risalto in paese, tutti ne parlano e Bianchina fedele amica di Don Paolo, pare intuire chi sia l’autore; egli spiega l’importanza di tali scritte, del perché hanno fatto tanto clamore: esse mettono in discussione la dittatura, esprimono una voglia di reagire, di non subire gli accadimenti presenti e rendono palesemente chiaro che non tutti sono d’accordo con linea politica attuale.

“Tra i cafoni cova il fuoco.

State attenti, il fuoco di giorno non si vede, ma la notte luccica.

Ma che cafoni disse il farmacista.

I cafoni non sanno né leggere né scrivere.

E le scritte contro la guerra erano in stampatello.

Altro che cafoni”.

[…]

“Ma perché tante chiacchiere? diceva Bianchina.

Per un po’ di carbone sul muro? Che esagerazione.

In quel caso l’ingenuità della ragazza era autentica.

Veramente non capisco disse Bianchina anche a don Paolo perché si facciano tante discussioni

per alcune scrittarelle di carbone sul muro.

Don Paolo pareva invece soddisfatto e cercò di spiegarle la vera causa di quella emozione

che non accennava a spegnersi.

La dittatura si regge sull’unanimità disse.

Basta che uno dica NO e l’incanto è spezzato.

Anche se si tratta di un poverino, solo e malato? domandò la ragazza.

Certamente.

Anche se si tratta di un uomo pacifico, che la pensa a modo suo, ma, a parte ciò, non fa nulla di male?

Certamente.

Quelle riflessioni rattristavano la ragazza, ma erano invece di conforto per don Paolo.

In ogni dittatura disse a Bianchina un solo uomo, anche un piccolo uomo qualsiasi,

il quale continui a pensare con la propria testa, mette in pericolo l’ordine pubblico”.

“Tonnellate di carta stampata propagano le parole d’ordine del regime;

migliaia di altoparlanti, centinaia di migliaia di manifesti e di fogli volanti

distribuiti gratuitamente, schiere di oratori su tutte le piazze e i crocicchi,

migliaia di preti dal pergamo ripetono fino all’ossessione,

fino all’istupidimento collettivo, quelle parole d’ordine.

Ma basta che un piccolo uomo, un solo piccolo uomo, dica NO,

e quel formidabile ordine granitico è in pericolo.

La ragazza era impaurita, mentre il prete era nuovamente di buon umore.

E se lo prendono e l’ammazzano? disse la ragazza.

Ammazzare un uomo che dice di NO è un’impresa arrischiata disse il prete.

Anche il cadavere può continuare a ripetere sottovoce NO, NO, NO, NO,

con la tenacia e la caparbietà di certi cadaveri.

Come si fa a far tacere un cadavere? Forse hai udito raccontare di Giacomo Matteotti.

Non ricordo disse Bianchina. Chi è? Un cadavere che nessuno riesce a far tacere disse don Paolo”.

Silone si addentra ancora di più nell’analisi della società italiana e ci mostra in un dialogo intenso, anche la posizione della Chiesa per bocca di due sacerdoti: Don Angelo, prete di Fossa, un paesino vicino a Pietrasecca, dichiara quasi ingenuamente che non può prendere posizione contro la guerra, la chiesa è una “vecchia, vecchissima signora, piena di dignità, di riguardi, di tradizioni, di diritti legati a doveri. C’è stato naturalmente Gesù crocifisso che l’ha fondata; ma, dopo di lui, vi sono stati gli Apostoli e generazioni e generazioni di santi e di pontefici”. L’altro sacerdote è Don Benedetto, vecchio e stimato professore di Pietro Spina, costantemente alla ricerca della verità e per questo allontanato dalla Chiesa ufficiale, descritto come “un prete coraggioso e di libere idee, antifascista tenuto in sospetto dall’autorità politica”.

Il giorno dopo il curato di Fossa, don Angelo Girasole, si presentò all’albergo della sorella per rinnovare a

don Paolo il suo invito a visitare la chiesa parrocchiale […]

A proposito disse don Paolo che ne pensa lei della nuova guerra?

Un povero curato di campagna disse don Angelo ha molto da fare e poco da pensare” […]

Vede? Sulla guerra un curato di campagna ha poco da riflettere egli disse a don Paolo.

Adesso cominciamo le pratiche per i sussidi, poi vi saranno le pratiche

per la ricerca dei prigionieri e dei dispersi,

poi quelle per le licenze agricole, per le pensioni, per gli orfani.

Non vi sono gli uffici governativi?

Si, ma la povera gente ne diffida e in genere vi è male accolta.

Perciò viene a piangere in sagrestia. Molti anni fa a Roma, in occasione di un giubileo disse don Paolo ho conosciuto un certo don Benedetto de Merulis di queste parti […] Egli è un sant’uomo temerario. Ha vissuto a lungo in modo esemplare, essendo per noi tutti maestro di cultura e di virtù. Ora però, sulla soglia dell’eternità, il suo disprezzo dell’opinione degli uomini e la sua eccessiva fiducia in Dio gli consigliano spropositi che sfiorano l’eresia. Un rischio che i santi hanno spesso accettato disse don Paolo. […]

Sembrò infatti che lo studio dei classici e la società dei giovani allievi addolcissero il suo carattere, ma i

rapporti con i superiori e le autorità non migliorarono.

Egli era del tutto privo del senso delle convenienze sociali.

Non so a quale comandamento di Dio lei ora si riferisca interruppe don Paolo.

Don Angelo fece finta di non capire. Infine proseguì egli fu allontanato dall’insegnamento. […]

Un uomo di Fossa, un mio parrocchiano che ha lavorato alcuni giorni nel suo orto,

m’ha riferito d’avergli udito affermare che l’attuale Pontefice

si chiama in realtà Ponzio Undicesimo.

[…] Egli ci ha ricevuto gentilmente, ma appena ho cominciato a spiegargli che,

per evitare guai peggiori, la Chiesa deve spesso fare buon viso a cattivo giuoco,

egli mi ha interrotto. “La teoria del minor male” mi ha detto seccamente

“può valere per un partito o un governo, ma non per una Chiesa.”

Io ho cercato di non discutere in astratto, perché in astratto le peggiori eresie

si presentano sempre con un viso seducente.

Gli ho perciò replicato: “Ma ti immagini che succederebbe se la Chiesa condannasse

apertamente l’attuale guerra?

Quante persecuzioni le si rovescerebbero addosso?

Quali danni materiali e morali ne nascerebbero?”.

Lei non ha un’idea di quello che don Benedetto ha osato rispondermi.

“Mio caro don Angelo” mi ha risposto, t’immagini tu il Battista offrire

un concordato a Erode per sfuggire alla decapitazione?

Ti immagini Gesù offrire un concordato a Ponzio Pilato,

per evitare la crocefissione?”

Non mi pare che fosse una risposta anticristiana disse don Paolo.

Ma la Chiesa non è una società astratta disse don Angelo alzando la voce.

Essa è quello che è. Essa ha quasi duemila anni di vita.

Essa non è una signorina che possa permettersi ragazzate e colpi di testa;

è una vecchia, vecchissima signora, piena di dignità, di riguardi,

di tradizioni, di diritti legati a doveri.

C’è stato naturalmente Gesú crocifisso che l’ha fondata; ma, dopo di lui, vi sono stati gli Apostoli e

generazioni e generazioni di santi e di pontefici.

La Chiesa non è più una setta clandestina nelle catacombe,

essa ha al suo seguito milioni e milioni di esseri

che hanno bisogno della sua protezione.

Bel modo di proteggerli, in verità, mandandoli in guerra gridò don Paolo.

Per qualche istante egli parve dimenticare ogni prudenza.

Don Paolo, sentiti i racconti di Don Angelo e avendo conferma che il suo vecchio professore è sempre il coerente insegnante noncurante delle convenzioni sociali, va a trovarlo e dopo un’intensa conversazione comprende che il vecchio professore ha fiducia in lui, e in lui ripone la speranza di un cambiamento radicale:

“A che servirebbe insegnare a un popolo di scettici nuovi modi di parlare o di gesticolare?

Forse le terribili sofferenze che si preparano renderanno gli italiani più seri.

Intanto, quando mi sento più avvilito, io mi ripeto: tu non servi a nulla, tu sei un fallito,

ma c’è Pietro, vi sono i suoi amici, vi sono gli sconosciuti dei gruppi clandestini.

Te lo confesso: non ho altra consolazione.

Pietro era rimasto scosso dal tono di sgomento che era nella voce del suo vecchio maestro”.

Pare che la rete si stia ricomponendo, piccole maglie da tempo distrutte vengono ricucite come le reti dei pescatori distrutte dai marosi e dalle lotte marinare, ricomposte per poter accogliere all’interno i futuri, prossimi militanti, e creare una fitta e solida base per un movimento rivoluzionario capace di “ribellarsi all’ordine esistente”. Pietro Spina infatti conosce un giovane, inviatogli da Don Benedetto, che gli racconta la sua storia, la militanza, la fuga perché scoperto e la volontà di andare avanti per la liberazione e rivoluzione sociale che cambi lo stato delle cose. Don Paolo rivela la propria identità ed insieme si sentono rafforzati nello spirito combattivo. Purtroppo il giovane non riesce a realizzare il sogno rivoluzionario e Pietro Spina, scoperto, è costretto a fuggire, ma il seme ormai è stato piantato e un nuovo terreno potrà essere coltivato.

Ignazio Silone ci offre dunque un quadro preciso, minuzioso del pensiero comune, di quella sorta di naturalizzazione che rende incapaci, inattivi, inermi, indifferenti perché “la naturalizzazione è quel processo che ci fa accettare il mondo così com’è, mostrandolo nell’immutevolezza della sua ovvietà. È un dare per scontata la nostra situazione nel mondo. È il processo mediante il quale le relazioni di potere appaiono, come per natura, stati di dominio. La naturalizzazione è una sorta di trompe-l’-oeil: un’illusione[1]”.

Silone prende per mano il lettore conducendolo in quelli che paiono i percorsi obbligati per raggiungere una coscienza politica. Non si può restare indifferenti agli stimoli offerti dall’autore e destati dal torpore e rassegnazione che abitano la nostra epoca, si possono cogliere suggerimenti per un impegno politico e culturale.

Nonostante le difficoltà e le continue fratture, cadute e delusioni Silone incita alla risposta per non rimanere vittime di un meccanismo che è certamente potente e efficacemente capillare, ma pur sempre un meccanismo, che per quanto sofisticato possa essere non è esente da malfunzionamenti: congeniti o indotti?

[1] ALFONSO MAURIZIO IACONO Autonomia, potere, minorità. Cap. 6 La naturalizzazione pag. 86

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