Il soccombente Thomas Bernhard

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Titolo originale: Der Untergeher

Autore: Thomas Bernhard

Editore: Adelphi 2012

Traduzione dal tedesco: Renata Colorni

La mediocrità distrugge. Anni di faticoso studio piegati sul pianoforte spazzati via come leggeri fogli di carta da un alito di vento; ma il vento è impetuoso, travolge e sconvolge la quiete fino ad allora distesa nello spazio personale compiaciuto.

Il vento impetuoso è Glenn Gould, il genio, che quando suona le “Variazioni Goldberg” di Bach si rende inaccessibile, introvabile, insopportabile, intoccabile, interessante e intransigente, intelligentemente inarrivabile nella normalità della quotidianità.

Consapevoli di non poter superare l’insuperabile, il bianco e il nero dei tasti, come in una danza stremante di cui non si conoscono i passi, martellano le dita e da compagni di vita diventano sofferenza costante, dolore della conoscenza di non poter essere i primi: unica soluzione che possa dare un po’ di sollievo è abbandonare lo strumento.

E’ una sfida, un salto a chi va più in alto e l’asta l’ha posizionata Glenn Gould sulla parola “perfezione”, egli non è più l’artista, il musicista che suona lo strumento, egli è diventato lo strumento stesso, è andato oltre e in una metamorfosi costante è giunto al limite estremo: essere il pianoforte.

Il soccombente di Bernhard parla di annientamento, lo sappiamo fin dall’inizio, non serve neanche leggere una riga, è sufficiente il titolo che preannuncia colori cupi e tristezza. Il soccombente è Wertheimer che insieme all’io narrante e a Glenn Gould, frequenta un corso del pianista e compositore Vladimir Horowitz a Salisburgo. L’amicizia tra i tre giovani pianisti nasce, cresce e il narratore ce la presenta nei suoi pensieri, ricordi che paiono sospesi in un tempo indefinito in cui si è palesata la superiorità indiscutibile di Glenn Gould.

Sospeso è anche l’atto di entrare nella locanda dove il narratore incontrerà Glenn Gould: “questo pensai mentre entravo nella locanda” l’istante, l’atto di entrare rimane nell’aria per pagine e pagine, e la frase che lo identifica viene ripetuta quasi allo sfinimento.

La scrittura circolare di Bernhard, senza un inizio e una fine, avvolge e quasi toglie il respiro, ma è la ripetizione, l’azione immobile – nulla accade in tutto il romanzo se non l’avvicendarsi di pensieri, considerazioni e ricordi del narratore – che conducono il lettore in un vortice dal quale uscirà consapevole del fatto che nulla si può quando, insopportabile la realtà che viviamo, non si cercano strumenti per cambiarla e si vive passivamente.

Il narratore accetta la superiorità di Glenn Gould, decide di non suonare più il pianoforte e se ne libera regalandolo: così facendo va oltre un’apparente sconfitta per abbracciare una nuova realtà verso la quale dirottare le proprie energie.

Wertheimer invece è incapace di fare questo e si lascia sopraffare dagli eventi rendendosi vittima di se stesso.

Forse accettare è la vera sfida. Accettare noi stessi, accettare i limiti, accettare per migliorare, per modificare qualcosa che ci porti alla fine ad eccellere. Un percorso inverso, magari difficoltoso, ma probabilmente più fruttifero. Apprezzare se stessi, come pezzo unico di un mosaico che è la vita e che di tutti necessita per mostrare la sua bellezza e originalità, trasformandoci così da vittime a guerrieri, guerrieri per la nostra esistenza, capaci di valorizzare quanto di originale c’è in noi: il paragone, se vogliamo farlo, beviamolo come si beve un bicchiere di vino che ci rinvigorisce e non come un veleno che ci ucciderà.

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