Oh boy – un caffé a Berlino

locandina

Titolo originale Oh Boy

Genere Drammatico
Regia Jan Ole Gerster
Sceneggiatura Jan Ole Gerster
Attori Tom Schilling, Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katharina Schüttler, Justus von Dohnanyi, Andreas Schröders, Arnd Klawitter, Martin Brambach

Fotografia: Philipp Kirsamer
Musiche: Cherilyn MacNeil e The Major Minors
Paese: Germania 2012
Durata: 83 Min
Formato: bianco/nero

“Oh boy un caffè a Berlino” racconta la giornata randagia di Niko, un giovane che ha abbandonato gli studi universitari: “che cosa hai fatto in questi due anni in cui ti ho mandato i soldi per studiare?” chiede il padre quando scopre che il figlio gli ha mentito. Niko risponde: “ho pensato, a me, a te”. Seguiamo così la vicenda che si sviluppa in una giornata a spasso per la capitale tedesca, alla ricerca di un caffè.

Se volessimo trovare delle corrispondenze letterarie, il film “Oh boy – un caffè a Berlino” potrebbe far pensare al girovagare senza meta di Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce, una giornata qualunque di un uomo qualunque che vaga per le strade e per i bar di Dublino e torna poi a casa, a notte inoltrata, per coricarsi accanto alla moglie Molly che quel giorno lo ha tradito. Nell’Ulisse il protagonista si perde per le vie di  Dublino e indifferente di sé e della propria vita, si lascia avvolgere dall’oblio, si crogiola nel piacere di sé e del proprio corpo innescando un meccanismo di  indolenza che lo porta a dimenticare i propri obiettivi.

In Joyce infatti, in un capitolo in cui si narra dei mangiatori di Loto – voluto riferimento all’Ulisse di Omero, in cui i naviganti dimentichi dei propri obiettivi, dopo aver mangiato le foglie di loto si abituano ben presto al dolce far niente e vivono in uno stato di euforia – Bloom dimentica di essere uscito di casa per motivi di lavoro e vive in una condizione di ignoranza e inconsapevolezza che genera un benessere che lo accarezza per alcune ore della giornata.

Nel film, il protagonista Niko esce di casa per un motivo ben preciso, che non dimenticherà per tutta la giornata, ma non prenderà mai una decisione consapevole, si troverà ad assecondare il flusso di vita che lo accarezza ma nel quale non si tufferà mai, sempre indeciso tra l’immergersi nella propria vicenda di vita diventandone protagonista e il fuggire: egli guarda sé stesso dall’esterno, si osserva ma non si conosce e vive gli eventi quotidiani senza alcuna espressa volontà.

Vediamo Niko percorrere con fare lento, quasi sbalordito le vie della città, egli sembra quindi vivere, al contrario di Bloom, uno stato di angoscia derivante dalla conoscenza, dalla consapevolezza del passato o dalla incertezza di un futuro di cui non sa porre le fondamenta. E ci si chiede se Niko anela tanto ad un caffè, come un naufrago che lotta tra i marosi anela ad una corda che lo tragga in salvo, perché inconsapevolmente sta cercando un modo per rimanere sveglio e non scivolare nell’oblio? Non dimenticarsi di sé e camminare con passo sicuro nella propria vita?

Se volessimo ancora proseguire sul terreno delle corrispondenze letterarie, “Oh boy – un caffè a Berlino” ci farebbe pensare al destino racchiuso nelle mani di elementi non controllabili, non prevedibili, non ricercati di un Kafka che fa muovere i propri personaggi da una sventura all’altra, da una speranza disattesa all’altra per arrivare a concludere che il destino dell’uomo è nelle mani di forze sarcastiche e beffarde. Costantemente deluso nelle proprie aspettative, spaesato dalle vicende che gli accadono, Niko si trova a passeggiare, parlare con sconosciuti che spesso lo scelgono per raccontare le proprie storie, sventure.

Non si sa se il regista volesse azzardare tanto, sicuramente si sa che il titolo, con quel sospiro iniziale, è stato ispirato dalla canzone dei Beatles “A day in the life”,  come spiega in un’intervista il regista. Il protagonista dei Beatles sembra quasi voler dimenticare le vicende di vita che legge su un quotidiano e desidera, con un suggerimento velato sull’utilizzo di droghe, rilassarsi e cullarsi nella quotidianità senza troppi traumi – la canzone infatti suscitò notevoli polemiche da parte della BBC poiché sembrava voler istigare al consumo di droghe.

Estraneo, scollegato dal mondo e alla ricerca di risposte, come lo definisce il regista, Niko ha solamente una certezza, la tazza di caffè che pare una meta semplice da raggiungere, mentre è invece indeciso, stupito circa gli incontri e le vicende che gli si parano davanti quasi come muri innalzati improvvisamente e contro i quali si trova a sbattere in modo inconsapevole.

Bianco e nero per uno srotolarsi di vicende apparentemente insignificanti, non abbiamo nel film il flusso di pensieri dei personaggi di Joyce, non possiamo ascoltarlo ma possiamo intuire, dalle espressioni del protagonista, il tumulto di riflessioni che lo travolgono.

Sullo sfondo una Berlino grigia ma affascinante, un’architettura urbana che ad un tratto ci viene proposta come una scarica di colpi di pistola in immagini simili a fotografie in bianco e nero che paiono volerci riportare in un’altra epoca. Ma l’epoca qui è il presente, Niko non trova la propria strada e si perde nelle molteplici proposte della città.

Il caffè è solamente un pretesto, unico elemento certo nella vita del protagonista, è il significato che attribuisce alla sua giornata, il motivo che lo spinge a girovagare, l’obiettivo da raggiungere, ma ben presto si renderà conto che la vera ricerca è la vita, la sua vita.

La nostra vita nelle nostre mani: non sappiamo cosa farà Niko a giornata terminata, sappiamo però che per quanto ci riguarda, un caffè lo vorremmo sempre per restare svegli e non cadere nella dimenticanza della nostra meta, del nostro destino. Da costruire.

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