Alessandro Bergonzoni

Riportiamo parte del monologo di Alessandro Bergonzoni al Festival “Il senso del ridicolo” Livorno 2015.

Si consiglia la visione integrale ad un pubblico adulto e non, il video riporta parole che possono urtare la sensibilità altrui.

 “Oggi ha avuto una bambina, cos’è questo senso del possesso? E’ nata una bambina! Ho avuto la custodia di mia figlia, sei contento? No perché era vuota. […..] E’ difficile parlare di comicità, SOLO. È difficile parlare di umorismo, SOLO. È difficile parlare di ridere, SOLO. Ne vogliamo parlare?”. […..]

Bergonzoni inizia il monologo con queste parole, critica il senso del possesso poi critica i costumi della società: “ne vogliamo parlare veramente? Ma siamo proprio sicuri di volerne parlare? Vogliamo parlare di chi si toglie il doppio mento poi decide anche di togliersi il doppio occhio, le doppie orecchie, le doppie mani e queste doppie labbra, per parlare la metà?”.

Qualcuno ride e lui domanda: “ma perché ridete?”.

Chiede Bergonzoni, per tutto lo spettacolo chiede al pubblico, lo trascina in un vortice di parole assennate che rivolge ad una società assonnata, asservita, assecondante e assecondata, assolta da se stessa, assurda, assoldata, assalita, assalente, assaltante senza sale e senza mente.

Chiede Bergonzoni, solletica e sollecita lo spettatore, dopo i primi 20 minuti in cui ascoltiamo battute, parole bisturizzate, aperte e sviscerate “ne vogliamo parlare? Del rapporto tra agonia e agonismo, muori prima tu, no muori prima tu!” egli amplifica le domande e con le domande, le parole, quasi in punta di piedi e poi a gamba tesa, raccontano della guerra, la vendita di armi, bambini morti, il dolore delle madri. Le singole parole, nessun lungo discorso, nessuna morale, sobrio lucido e diretto, una lama nello stomaco, le parole alla ricerca della verità, il gioco delle parole: “sono giochi di parole ma sono le parole che giocano con noi, stanno facendo un altro percorso…, qual è il rapporto con questo assurdo della vita, il concetto dell’assoluto?”. […..]

Amare i bambini, amare i bambini…e poi li buttano nell’oceano. Qual è questo concetto con l’assoluto, è difficile, è difficile.

Vado al teatro per non pensare a niente. Ancora? Dopo tutta una giornata? Voglio vedere quel film per non pensare a niente e ancora, ancora!

Le parole ci stanno chiedendo aiuto, le parole ci stanno dicendo, ma ci sentite o no?” […..]

Noi non possiamo essere una cosa sola., fa ridere ma fa anche pensare, fa ridere ma fa anche pensare, è come dire, è un uomo ma cammina, beve ma si disseta, è la stessa cosa. […..]

Non c’è una verità automatica, il comico è così…

 Non esiste la macchina della verità, esiste la bicicletta della verità, cioè tu pedali per conoscere la verità. […..]

 E’ partito per la tangente, qui il satirico direbbe, è partito con la tangente e ridete, ma che cazzo ridete a fare? Abbiamo ancora battute e risate sulle tangenti, abbiamo ancora qualcosa da dire, da ridire, da ridere, ridere, ridiamo, ridiamo, ridiamo, quand’è che ridiamo? Quand’è che restituiamo tutto quello che abbiamo portato via, quand’è che restituiamo? Sono un po’ polemichino, proprio un poco, ancora vediamo il politico col satirico e il satirico che satireggia sul satireggiato e il satireggiato che ride col satiro? E il cerchio si chiude e finisce lì. Prendere in giro, fare il verso, fare il verso, quand’è che cambiamo verso? Cambiare verso, cambiare poetica, andare verso….la verità sta nel mezzo, che mezzo usiamo noi per arrivare alla verità? Ci ridiamo sopra? E sotto? Lancio un’opa, io stasera lancio un’opa: ho paura, ho paura, nella mia borsa interiore.

Che rapporto c’è tra la risata e il dolore? E’ tutto lì, è tutto lì. E’ lì, sta sotto, lavora in profondità. E la ricerca, la ricerca di che cosa succede dentro di me. L’artista capta, il comico, lo scrittore, captano, sono antenne, captano. […..]

Bergonzoni poi parla di internet, di facebook più precisamente, e dice: “senti come sembra che non ci sia niente da buttare, su internet, su internet, senti questo concetto maiale, suinternet. Come posso pensare che c’è qualcuno, è ridicolo, è ridicolo pensare che c’è qualcuno in questo momento che manda un segnale a qualcuno dove dice – sto mangiando una pizza – e questa è già satira, è già satira, potrei fare satira sul telefono che suona, potrei dire parlate al telefono, ma proprio al telefono ditegli ma tu cosa vuoi da me? Al telefono, a lui, non alla gente che c’è dentro al telefono. Diciamoglielo che c’è gente che manda la fotografia di una pizza e qualcuno che gli dice mi piace, ma ti piace cosa?, fermi, (il pubblico sta iniziando ad applaudire) questa è satira, la chiudo subito, non applaudite, è grave, è grave, è grave, è graveeee.

Sto pulendo le foglie dal mio vialetto, grande! Mi piace. Allora, io non credo alla violenza brutta e cattiva, cioè sparare alla gente, non ci ho mai creduto, però la violenza bella e buona, perché uno dice o, è bella e buona, usala, è quella bella e buona. Tu vai a casa di quello che sposta le foglie, vai a casa di quello che gli ha detto mi piace, li chiudi da qualche parte, pieni di fogli ma tante foglie, fino a che non ti bussano dalla porta e non ti dicono basta, sono a posto, non mi piace più. Non ti piace più? Fermi (il pubblico applaude).

Se però non ci piacesse, non ci divertisse, non fosse ridicolo, ridicolo, è ridicolo, è ridicolo il senso del ridicolo, i sensi, il sesto senso, è il senso di nausea, che è il vomitare, non ce la posso fare più, se noi vomitassimo, buttassimo fuori questo senso di subire, subi or not subi. Quanto ancora dobbiamo subire? Quanto ancora dobbiamo subire? Non è il senso del ridicolo che mi uccide, il consenso del ridicolo, è il consenso. Scriviamo ah ah ah le lettere non ne possono più, ci chiedono ma cosa state facendo? Umorismo, umorismo, umore, di che umore sono? Cosa circola dentro di me, cosa circola? Se pulisci le foglie e qualcuno dice mi piace, circola qualcosa che non deve circolare. […..]

Ci racconta Bergonzoni, di un uso del linguaggio che sporca le parole: parla di qualcuno che abbandona il tennis, non gioca più perché soffre a giocare, ecco, la parola sofferenza è sporcata, e lo stesso vale per il calcio, “i ragazzi ce la faranno perché ci hanno creduto, i ragazzi, ci hanno creduto, creduto, la parola credere, credere e poi vai al festival della spiritualità e ti parlano di credere e molti dicono ma cosa ha detto? Ma per forza! Per forza! La leggerezza, la leggerezza…”. […..]

Bergonzoni non fa dunque sconti ad un modo di parlare e di conseguenza di vivere che è svilito, che ha perso il significato più intimo, importante, intelligente, indipendente e che perduto il senso, vagola e brancola in un mondo in cui le decisioni sono di altri, i percorsi sono tracciati da altri, l’importante è il nulla e il nulla gestisce l’essenza della nostra esistenza. E immobili guardiamo, non facciamo. Niente.

 “E il tempo, qual è il rapporto che abbiamo col tempo, qual è?

Facciamo un appello, Facciamo un appello, un appello, nell’appello però manca sempre il mio nome, il nostro nome, l’appello vuol dire, ci son dentro io? Ci sono dentro io? Ci sono o non ci sono? Sii retto, ma che cosa significa, la che fare, la che fare, la che fare, cosa dobbiamo fare? Il da farsi? Mi tocca. Quella cosa mi tocca. Quel bambino morto in spiaggia mi tocca, quella madre che piange mi tocca, cosa? Cosa ti tocca? Cosa ti tocca fare, eccolo dov’è! Cosa ti tocca fare. Non solo cosa ti tocca vedere, cosa ti tocca fare ed è qui il grande lavoro industriale, economico, l’imprenditore di briga, devi diventare imprenditore di briga, cioè ti devi prendere la briga […..] la formazione del personale, la formazione personale, la formazione personale, come si messo te? Come sei messo te? Come sei messo? Nel corso di una vita, ma hai fatto il corso di una vita? Questo io voglio sapere, il corso della vita l’hai fatto? Qual è la domanda? Il corso della vita, no ma io, io non posso mica, io sono piccolo così, ecco dov’è la comicità che può fare capire che sei piccolo così, poi sei grande così, poi sei piccolo così, poi sei largo così, poi sei morente, poi sei nascente, sei tutte queste così […..]

E poi ci sono i 10 comandamenti, ma direi i 10 domandamenti, non rubare, non rubare? Ma siamo sicuri? Ecco, il dubbio, chiediti, chiediti, non aspettare che lo faccia lui, il comico di turno, il politico di turno, sennò quelli sono i 10 demandamenti, fallo tu, pensaci tu, organizza tu, sei tu quel tu lì, sono la parola sono, sono io, ma sono anche loro, sono, la senti come ti chiama? La senti come ti chiama? La senti o non la senti? Ma sentiamo come non sentiamo? Ecco ancora che le parole, consentiamo, non sentiamo, consentiamo, non sentiamo, consentire, accettare, accettare, accettare il lavoro è lì, basta imitatori, limitatori, cosa imiti ancora? Ormai sai tutto, sai tutto e il diverso di tutto, manchi solo tu, manchi tu come satirico, manchi tu come comico, manchi tu come A.D., A.D. in un’azienda c’è l’A.D. Amministratore Delegato, A.D. è Alighieri Dante, perché? Perché non possiamo pensare che in una società ci sia un A.D. Alighieri Dante, perché non ci può essere un comico, un poeta, un artista, un moribondo, perché non ci può essere un poeta moribondo artista che non raccoglie foglie?”. […..]

Critica il solito modo di fare film, le scene d’amore, incita a fare ognuno il proprio film, incita, Bergonzoni incita a non accettare il flusso scontato della vita addormentata, incita a creare un nuovo corso, a modificare l’esistente a non vivere passivamente, a non scegliere fra il peggio e il male minore perché il male minore è come un veleno e conduce all’accettazione passiva di quello che si vede, che si vive, porta a credere che non ci sia una via d’uscita, ti prende per mano e ti offre la consapevolezza che altro non possa essere fatto, cambiato, rivoltato per avere il meglio: invece noi vogliamo il meglio, non il peggio e non il male minore, vogliamo una terza opportunità e se non esiste la dobbiamo creare.

“Il male minore ha compiuto 18 anni. Non tiene più la scusa del male minore. Cosa vuoi che sia uno sceneggiato, cosa vuoi che sia una fiction? cosa vuoi che sia una fiction? vista per 2 o 3 orette, che cosa vuoi che sia? Certi interni di case, che cosa vuoi che sia? Certe frasi […..]

Io spettatore devo intervenire nella fiction, stando a casa spegnendo, ma questo è superato, tanto non spegniamo mai, non spegniamo mai, dobbiamo accendere e andarci sopra, vabbé, ma non la trovi mai pari, ma cosa vuol dire trovarla pari? Che cosa vuol dire? Cos’è la pace? La pace, la pace? Quand’è che c’è pace? I crimini in tempo di pace. La pace quando non vediamo la guerra? Se non la vediamo vuol dire che non c’è?

Senti le parole, non le senti?”.

Bergonzoni ci avverte, il tempo è poco, non abbiamo tempo, “il tempo sta finendo, il tempo ha capito che non ci stiam più dentro e tu, tu come lo riempi questo tempo dopo aver pulito le foglie? […..]

Non c’è tregua è bellissimo che non c’è tregua. L’artista che è in me è in voi ognuno di voi ha le stesse potenzialità, possibilità solo che le riconosciamo a Valentino Rossi […..]

Chi ha detto che non posso trasformare chi ha detto che non posso creare? […..]

Sulla terra c’è vita? Questo mi domando. Come siam messi col tuo libro? Come siamo messi con la tua apologia di creato, come siamo messi? E’ lì il lavoro. Noi siamo i motori di ricerca, noi siamo i motori di ricerca, siamo noi.

Voglio fare un anti testamento, non per quando muoio, ma per quanto torno”. […..]

E con una lista di “quando torno voglio..” e nel “mentre che” Bergonzoni saluta il pubblico e lascia a chi sa ascoltare, a chi sa mettere in dubbio, a chi sa cogliere l’essenziale, lascia parole che da sole tracciano un percorso, parole ricche, piene di doni che noi, volendo, possiamo cogliere per parlare un linguaggio nuovo, consapevole e convinto, contento di esistere, contrario alla superficialità e contemplante la verità.

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