Spotlight

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Titolo originale: Spotlight

Regia: Thomas McCarthy

Sceneggiatura: Tom McCarthy, Josh Singer

Attori: Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery

Genere: Thriller

Fotografia: Masanobu Takayanagi

Montaggio: Tom McArdle

Musiche: Howard Shore

Scenografia: Stephen H. Carter

BiM Distribuzione

Paese: Stati Uniti 2015

Durata: 128 Min.

 

Non dovete leggere questo articolo se pensate che vincere qualche battaglia significhi vincere la guerra e vi accontentate. Ovviamente le battaglie vanno vinte.

Non dovete leggere questo articolo se pensate che le piccole conquiste, che sempre però ci auspichiamo avvengano, sostituiscano il valore di una sofferente ma laboriosa attesa, di un lacerante dolore che si perpetua nel tempo, ma a volte necessario per stimolare una reazione completa, totale che nulla lascia intentato per poi infierire il colpo finale definitivo, mortale, che cancella tutte le attese, i dolori per costruire un nuovo mondo giusto.

Non dovete leggere se non avete ancora visto il film “il caso Spotlight” che in lingua originale è “Spotlight”, dal nome del team del Boston Globe che fa giornalismo di inchiesta, e non da un caso specifico.

La trama è tratta da una storia vera, l’indagine svolta dai giornalisti del Boston Globe, che nel 2002 svela casi seriali di pedofilia coperti dalla chiesa cattolica di Boston a partire dagli anni Settanta.

Il film ci pare di rilievo per tre motivi:il primo è la ricerca della verità da parte del team del giornale, che con costanza, serietà e ostinazione conduce una non facile ricerca; pur incontrando numerosi ostacoli non cede allo sconforto e consolidato nelle difficoltà procede incrollabile verso l’obiettivo finale.

Il secondo è l’evidenza che la storia, il pezzo esplosivo, esisteva già in redazione da anni: materiale vario e lettere, tra cui quella di un avvocato in cui elencava almeno 20 sacerdoti colpevoli di aver abusato di minori, erano stati inviati al giornale dalle vittime e rappresentavano le prove schiaccianti di una verità che non venne portata in superficie. Non era una storia importante? Il Boston Globe non approfondisce il caso. Superficialità? Timore di calpestare i piedi ad un potere forte? La verità è a volte davanti agli occhi ma non si vede e se si percepisce si pensa che sia una verità talmente scomoda, che forse inconsciamente viene messa da parte o si dedica,  come in questo caso, qualche articolo che viene sommerso da altri di differente ambito e caratura.

Il terzo punto è che la lotta che vuole portare avanti il caporedattore è completa, volta ad abbattere, distruggere il sistema che pare seguire il copione di un film, si perpetua e si riproduce sistematicamente: il sacerdote pedofilo, una volta scoperto dalla chiesa, viene mandato in congedo, cambiato di parrocchia e avanti così, fino al prossimo sacerdote, fino alla prossima vittima.

Il caporedattore, Michael Keaton, urla che non vuole pubblicare lettere, prove che inchiodino la chiesa solo su uno specifico caso: vuole di più, vuole prove su tutti i casi, vuole annientare il sistema, lo urla e lo ripete ai propri giornalisti che, per il timore di essere bruciati dal concorrente Boston Herald, vorrebbero pubblicare un primo pezzo in cui si mostrano alcuni colpevoli, ma non è ancora il pezzo deflagrante, la bomba. Assestare un colpo potente è destabilizzante, ma assestarne molti è definitivo, vincente. Tagliare alla radice, senza possibilità di appello alcuno.

E così “Spotlight” può essere visto, senza glorificare chi ha fatto il proprio dovere e senza colpevolizzarlo per non aver colto i fatti, ma certamente con un monito: la realtà è qui davanti, ci camminiamo dentro, la respiriamo, non rivestiamola di quello che non è.

 

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