Juan Gelman e la dittatura argentina

Juan Gelman

 Lettera aperta a mio nipote (frammento)

“Mi risulta molto strano parlarti dei miei figli come di quei genitori che non arrivarono ad essere. Non so se sei un bambino o una bambina. So che sei nato… Ora hai quasi l’età che avevano i  tuoi quando sono stati ammazzati e presto sarai maggiorenne anche tu. Loro rimasero per sempre nei vent’anni. Sognavano  te, e sognavano un mondo più abitabile per te. Mi piacerebbe parlarti di loro, e che tu mi parlassi di te. Per riconoscere in te mio figlio, e perché tu possa riconoscere in me quello che di padre mi resta: siamo entrambi orfani di lui. Per riparare in qualche modo quello strappo brutale, quel silenzio che perpetrò la dittatura militare nella carne della tua famiglia. Per consegnarti la tua storia, non per allontanarti da quello da cui non ti vorrai  allontanare. Ormai sei grande, dicevo […].

23 dicembre 1998

Poesia

Giovedì trascorso nell’atmosfera amica

della tua conversazione. Sulla tovaglia,

i dolci piatti, il coltello all’erta,

la voglia di mangiare.

La voglia pure di chiacchierare un po’,

di tutto, di ogni cosa, di niente.

Di piangere per via della cipolla

e di ridere giusto sul cucchiaio.

Le tue mani abili, tiepide di ortaggi,

ed il grembiule che si rovina sempre

in quel punto, che rabbia!

Il pane è aumentato ancora, eh? Come faremo!

Come faremo, mia sposa, come faremo a

toccare l’aria di questo semplice giovedì!

Guardarci il petto, scandalo della vita!

Udire nel tuo ventre come cresce nostro figlio!

E tutto il resto, lo sistemeremo.

(da Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972)

 

Tutto è affettuoso e bello in questo semplice giovedì, in cui tra odori di cucina, lessico familiare, preoccupazioni e speranze, tutto sembra normale. La vita prepotentemente batte sotto il petto e si moltiplica nel ventre della sposa. Ma qualcosa non torna: “il coltello all’erta” sulla tovaglia, il  “ridere giusto sul cucchiaio”, “il grembiule che si rovina sempre” e il prezzo del pane che aumenta. Forse con un po’ di pazienza … ma non si può cancellare il resto! Ci sono parole e silenzi, e in quei silenzi il non detto riaffiora, sguscia tra le parole, apparentemente allegre e leggere. La rabbia è solo un ritornello inutile e senza forza, e la pazienza invocata solo un tentativo di oblio.

Un giovedì – e tutto il pubblico che sta ascoltando il poeta pensa ad altri terribili giovedì, quelli  in cui a Buenos Aires le Madri de la Plaza de Mayo, con i loro fazzoletti bianchi, marciano intorno al palazzo del governo per chiedere il ritorno dei desaparecidos; tutti pensano anche alla tragica storia personale di Juan Gelman, anche lui vittima della dittatura, anche lui infaticabile nella ricerca della verità. Tutti ricordano la scomparsa del suo giovane figlio e della nuora incinta, rapiti e assassinati per colpire il poeta che, accusato di attività antigovernative, si era rifugiato in Italia per sfuggire alla polizia argentina.

Malgrado la vita segnata dalla sofferenza e dai lutti, però, quella di Gelman non è mai una poesia appesantita dall’ ideologia; è, al contrario, […], una poesia che procede ritmata, con versi spezzati dalle cesure, ripetizioni di parole, quasi che il poeta voglia fissare i ricordi, come per non dimenticare. Lo stesso ritmo spezzato […] di altri suoi componimenti.

Dal sito: http://gogosafecrash.blogspot.it/2012/12/juan-gelman.html

 

 

 

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