Amleto assassino?

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E’ sopravvissuto, l’Amleto di Shakespeare a innumerevoli interpretazioni che, nel corso dei suoi 400 anni portati bene, forse non saranno state tutte così fedeli al testo del Bardo inglese. Certo è che nell’immaginario collettivo Amleto è un personaggio cupo, costantemente triste, con un teschio in mano mentre si lacera nel dilemma dell’essere o non essere (il teschio nell’opera di Shakespeare non si trova in questo monologo).

Luoghi comuni invadenti hanno avvolto uno dei personaggi più recitati nella storia del teatro che però è riuscito a farsi strada, e ne ha fatta tanta, per giungere all’anno 2016 con un nuovo abito, una fluida rappresentazione che, in differita dal Barbican Theatre di Londra, si poteva gustare al cinema sotto casa.

E’ un Amleto moderno quello interpretato da Benedict Cumberbatch, che sulla scena potrebbe far inorridire i puristi del teatro indossando un paio di sneaker e una maglietta in cui un David Bowie scanzonato compare con la chitarra a tracolla (siamo inglesi dopotutto!). Ma se moderni sono i costumi, in parte, altrettanto moderni, contemporanei e attuali sono i sentimenti, i pensieri, le azioni dei personaggi della tragedia.

E’ un Amleto certamente malinconico, ora angosciato dai dubbi, a tratti ironico, sfinito dal dilemma dell’azione o non azione. Scrittori, poeti, artisti di varie epoche e provenienze hanno studiato e analizzato il personaggio shakespeariano: ne hanno parlato Goethe, Joyce, Freud, per citarne solo alcuni e ognuno ha visto un aspetto differente. Mario Vignolo Gargini, nella sua introduzione (http://digilander.libero.it/AlbyDepp/Testi%20Teatrali/Amleto.pdf) alla traduzione dell’Amleto riconosce tre aspetti principali nell’Amleto: l’aspetto biografico, psicologico e filosofico che qui prediligiamo e scrive:

V’è l’aspetto filosofico, il personaggio di Amleto studiato e interpretato come paradigma      della condizione umana, dell’uomo sperimentale che fonda nel cimento diretto su di sé        nuovi metodi per la propria “follia”, per la propria esistenza teoretica. Tra tutti i filosofi      che hanno discusso il caso “Amleto”, eleggo, e non solo per preferenze mie personali,         Friedrich Nietzsche (1844-1900), il quale all’interno di Die Geburt von Tragödie (1872) mi       sembra fornire, per usare le stesse parole di Harold Bloom, “un’esatta descrizione di                 Amleto, definendolo non l’uomo che pensa troppo ma l’uomo che pensa troppo bene”.

L’estasi dello stato dionisiaco con il suo annientamento delle abituali barriere e confini dell’esistenza comprende infatti, nella sua durata, un elemento letargico in cui s’immerge tutto ciò che è stato vissuto personalmente nel passato. Così, per questo abisso dell’oblio, il mondo della realtà quotidiana e quello della realtà dionisiaca si distaccano. Non appena però quella realtà quotidiana riaffiora nella coscienza, essa, come tale, viene sentita con nausea;una disposizione ascetica, negatrice della volontà, è il frutto di quegli stati. In questo senso l’uomo dionisiaco è simile ad Amleto: entrambi una volta hanno gettato uno sguardo vero nell’essenza delle cose, hanno conosciuto, e agire li nausea; poiché la loro azione non può cambiare niente nell’essenza eterna delle cose, essi sentono come ridicolo o infame che venga loro richiesto di rimettere in sesto il mondo uscito fuori dai cardini. La conoscenza uccide l’agire, per agire si deve essere avvolti nell’illusione – questa è la dottrina di Amleto,non già quella saggezza a buon mercato di Hans il sognatore che non giunge all’azione per la troppa riflessione, quasi per un eccesso di possibilità. Non è la riflessione, certo! – è la vera conoscenza, è la visione dell’orribile verità, che prevale su ogni motivo incitante all’azione, cosi per Amleto come per l’uomo dionisiaco.”

 La conoscenza induce alla non azione perché si ha la consapevolezza di non poter cambiare la realtà. Amleto stesso nella tragedia si interroga sul modificare il destino.

O destino maledetto,

che sia mai nato io per rimetterlo in sesto!

E così Amleto si rivolge al genere umano che accoglie le sue parole come fossero verità: come non riconoscersi nel fare o non fare? Essere o non essere? Come non riconoscersi nell’odio, nella sete di vendetta, nella cattiveria della frustrazione. Siamo forse tutti Amleto? Ci identifichiamo, soffrendo, nel dilemma, nel dubbio, nella disperazione di sapere che una lotta sarà vana? Forse no, da questo prendiamo le distanze: Shakespeare assolve Amleto come assassino (egli uccide il re Claudio non per vendetta, ma a seguito di trucchi escogitati contro di lui – la spada di Laerte con il veleno sulla punta, il bicchiere di vino avvelenato che aveva come destinatario Amleto viene dato alla regina che chiede di bere), ma non lo assolve dalla dannazione del dubbio, dilemma eterno che lo inghiottisce nella sua totalità. Amleto raggiunge il suo obiettivo senza aver operato la scelta. E così noi, non assolviamo Amleto, lo condanniamo al dubbio infinito, senza tempo, lì lo lasciamo, perché non ha deciso, non ha dato la direzione al suo destino che gli si è rovesciato addosso come il veleno nell’orecchio del padre che voleva vendicare. E così, il monologo più famoso di tutti i tempi ci interroga: morire, dormire, accettare, resistere?

“Essere, o non essere, questa è la domanda:

se sia più nobile per la mente patire

i colpi e i dardi dell’atroce fortuna

o prendere le armi contro un mare di guai

e resistendovi terminarli? Morire, dormire –

niente più; e con un sonno dire fine

all’angoscia e ai mille collassi naturali

che la carne eredita; questo è un compimento

da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare, ah, è qui l’incaglio.

Perché in quel sonno di morte quali sogni sopravvengano,

liberati che ci siamo di questa spirale mortale,

deve farci indugiare; ecco il riguardo

che rende la calamità così longeva.

Perché chi sopporterebbe le scudisciate e gli scherni del tempo,

il torto degli oppressori, l’ingiuria del presuntuoso,

gli strazi di un amore disprezzato, il ritardo della legge,

l’insolenza delle cariche ufficiali, e i calci

che il merito paziente si prende dagli indegni,

quando potrebbe darsi da solo la sua pace

con un semplice pugnale? Chi si caricherebbe di fardelli,

per grugnire e sudare sotto una faticosa vita,

se non fosse per il fatto che il timore di qualcosa dopo la morte,

l’inesplorato paese dal cui confine

nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà,

e ci fa tollerare quei mali che abbiamo

piuttosto che ricorrere ad altri a noi ignoti?

Così la coscienza ci rende tutti vili,

e così la tinta naturale della risoluzione

è ammorbata dalla pallida sfumatura del pensiero,

e le imprese di grande elevazione e momento

con questo sguardo deviano i loro corsi

e perdono il nome di azione. Ma, calmati adesso,

la bella Ofelia. – Ninfa, nelle tue orazioni

siano rammentati tutti i miei peccati”.

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2 pensieri riguardo “Amleto assassino?

  1. Apprendo sempre molto da questo blog.
    Anche se il contutneto degli articoli, sia per me, certe volte complesso, però è allo stesso tempo sempre molto chiaro, fluido.
    Sono convinta che oggi sia molto raro incontrare persone con tale spessore e competenza.
    Per questo vorrei ringraziariare, ed allo stesso tempo incoraggiare, il lavoro che viene svolto con passione e professionalità.

    Mi piace

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