A qualcuno sembrava Stalingrado. Invece era Caporetto

Pubblichiamo un contributo interessante, chiarificatore e che condividiamo sul referendum del 17 aprile 2016 scaricabile dal sito Antiper Critica rivoluzionaria dell’esistente Teoria e prassi per il non ancora esistente.

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Antiper | A qualcuno sembrava Stalingrado. Invece era Caporetto. Note a freddo sul risultato referendario del 17 aprile, maggio 2016, 4 pagine

Sono ormai molti anni che l’asin/istra (extra o ex parlamentare) passa agilmente di sconfitta in sconfitta. Niente di male: in fondo – come si dice? – chi non lotta ha già perso. Quello che però non si era ancora visto – o che almeno non si era ancora visto con la chiarezza con cui lo si è visto domenica 17 aprile – è che l’asin/istra è ormai in grado di perdere, oltre le sue, anche le battaglie non sue.

 Che con le trivelle, il referendum “contro le trivelle”, non avesse in realtà molto a che fare ad un certo punto era diventato chiaro anche ai sassi i quali avevano ben capito che il referendum aveva a che fare con altro: sul piano tecnico, con la durata delle concessioni e, sul piano politico, con lo scontro all’interno del PD e con quello dell’opposizione con il Governo.
Per fare un esempio del “corto circuito” propagandistico che si è presentato agli italiani basti fare un solo esempio. Renzi ha impostato buona parte della campagna per il no (e il suo stesso discorso auto-celebrativo nella “conferenza stampa della vittoria”) sul fatto che se avesse vinto il sì migliaia di lavoratori avrebbero perso il loro posto di lavoro. Si trattava evidentemente di una colossale menzogna, di quelle menzogne che, se mentire fosse un reato, costerebbero la sedia elettrica a chi le dice. E come menzogna è stata giustamente denunciata da tutti i sostenitori del si. Ma la verità del fatto che, se avesse vinto il sì, nessuno avrebbe perso il lavoro ha anche una lettura rovesciata: se avesse vinto il sì nessuno avrebbe perso il lavoro perché tutto sarebbe proseguito come prima. Era dunque da sedia elettrica anche la menzogna che in ballo, il 17 aprile, ci fossero il mare, i pesci, l’ambiente, le vacanze, la vita sulla terra… e così via.
Sul piano tecnico il referendum mirava solo ad abrogare la scelta del governo Renzi di estendere la durata della concessione vita natural durante (del giacimento) per far risparmiare qualche decina di milioni di euro ai petrolieri. Del resto cosa ci si poteva aspettare da un Governo che si è presentato subito e sempre come il più zelante interprete di ogni interesse padronale? Dove sta lo scandalo? Forse che il Jobs Act non è essa stessa una gigantesca regalia ai cosiddetti “datori” di lavoro che si pappano le de-contribuzioni e gli effetti di contenimento salariale derivanti dai loro ricatti ormai impuniti? Cosa hanno fatto contro il Jobs Act i presidenti di regione del PD che hanno promosso il referendum? Non hanno fatto molto, così come non ha fatto molto l’asin/istra in genere (di cui oggi appare ancor più la nullità ove messa a confronto con il movimento Nuit Debut che pure non è quel chissà che).
Ora, è certamente cosa meritevole opporsi alle misure prodotte da questo governo filo-padronale e anti-popolare; a patto, tuttavia, che il modo in cui questa opposizione viene condotta non finisca per aiutare Renzi, il suo Governo e i petrolieri; e a patto, non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo, che il segno politico dell’opposizione sia di un certo tipo: infatti, buttare giù Renzi per far salire su Salvini non sarebbe poi così interessante per i lavoratori e il fatto che l’asin/istra ex-extra si sbatta così tanto per contribuire alla cacciata di Renzi senza che si profili all’orizzonte la benché minima alternativa non diciamo rivoluzionaria, ma anche solo democratico-riformista, è il sintomo che qui nessuno si rende conto di “lavorare per il re di Prussia” – ops, di Padania – o per il ritorno di qualche supertecnico.
Il fatto che a sinistra ci si sia affrettati ad auto-consolarsi affermando che pur non essendosi raggiunto il quorum in fondo più di 13 milioni di persone erano andate a votare e che questa era una ottima notizia, dimostra solo che forse le “scie chimiche” sono davvero nocive, obnubilando cervelli a destra e soprattutto a manca. In quei 13 milioni di sì ci sono anti-renziani di ogni specie e la specie più esigua e ininfluente politicamente è proprio quella “di sinistra”; arruolare i 13 milioni in blocco nel campo della rivoluzione prossima ventura è il sintomo di un disagio che ha perso, ormai, ogni forma di auto-controllo.
Se Facebook ha un senso, un dato politico è chiaro, almeno in apparenza: i renziani hanno gongolato e gli anti-renziani hanno rosicato (a parte i casi clinici che un attimo dopo la disfatta si sono messi a minacciare “sfracelli” in plateale spregio al senso del ridicolo). Non è dunque azzardato affermare che Renzi e i petrolieri hanno vinto la partita e che l’armata Brancaleone [1] l’ha persa. Naturalmente, non sempre una vittoria tecnica coincide con una vera vittoria: ne sapeva qualcosa Pirro. Se oggi Renzi ha avuto gioco facile a cavalcare l’astensionismo, già al prossimo referendum, quello costituzionale di ottobre, la situazione si rovescerà e sarà lui a dover motivare al voto milioni di persone e non è affatto detto che vi riesca.
Una considerazione bisogna farla anche a proposito del presunto carattere “democratico” della presunta “democrazia diretta” referendaria. Per capire quanto possa essere “democratico” un referendum come quello del 17 aprile può essere utile rileggere il quesito
“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?” [2]
E’ abbastanza evidente che per capire questo genere di quesiti referendari bisogna essere almeno professori di Diritto. Sono anni che si suona l’allarme sulla crescita dell’analfabetismo funzionale e sulla crescita delle difficoltà degli italiani a comprendere il significato anche di concetti elementari, e poi si viene chiamati ad esprimersi su un quesito del genere, che se fosse stato scritto in aramaico non sarebbe risultato per nulla più complicato.
Dal momento che il quesito era totalmente incomprensibile al 99,9% delle persone è evidente che esse si sono schierate unicamente sulla base della fiducia che hanno riposto nei confronti delle argomentazioni portate dai vari partiti, movimenti ed esponenti che hanno preso posizione attraverso i mezzi di comunicazione di massa (televisione, giornali, Internet…).
Non si tratta certo di una novità. Umberto Galimberti ha parlato più volte del problema della democrazia diretta quando la maggior parte delle persone non ha gli strumenti per analizzare nel merito le questioni
“Ma soprattutto la cosa più tragica è che la tecnica rischia di concludere la storia della democrazia. Rischia è una espressione educata, io penso che sia già finita, nel senso che la tecnica sostituisce la democrazia con la retorica. Nel senso che la tecnica ci mette innanzi dei problemi sui quali non siamo competenti. Siamo chiamati a  decidere, ma non siamo competenti.
Per esempio se ci dicono: decidiamo l’apertura delle centrali nucleari, noi per decidere con competenza come vorrebbe uno stato democratico dovremmo essere, poco poco, dei fisici nucleari. Se non siamo fisici nucleari la nostra decisione viene su altri scenari: o per appartenenza a una idea politica, o perché ci ha persuaso quel personaggio simpatico che viene in televisione, o perché siamo affascinati da un apparato ideologico a cui apparteniamo o perché abbiamo dei terrori circa eventuali scenari che non controlliamo…
Decidiamo su base irrazionale e la decisione la prendiamo sulla base di una mozione degli affetti. In questo senso io parlo di retorica” [3]
Come ci insegna Marx l’automazione e la parcellizzazione del processo produttivo producono un progressivo distacco del lavoro dalle “potenze mentali” della produzione (che si collocano in modo sempre più marcato dal lato del capitale). I lavoratori, sempre più parziali nelle loro attività lavorative, diventano sempre più parziali anche rispetto ad una visione complessiva del processo produttivo e dell’intero processo di riproduzione della vita sociale.
I lavoratori non sono fisici nucleari e non possono sapere con certezza se la fusione nucleare è davvero pulita oppure no oppure se è altrettanto pericolosa della fissione. E il 17 aprile gli italiani non potevano conoscere il significato delle incomprensibili parole del quesito referendario; né potevano capire se dietro di esse si nascondeva una battaglia per il mare pulito oppure una mossa per far ascendere Michele Emiliano al rango di principale “competitor” anti-renziano all’interno (e all’esterno) del PD oppure uno scontro tra maggioranza e opposizione.
A forza di seguire “talk show politici” fumosi che nascondevano più di quanto non mostrassero, si era a malapena capito che tra Matteo Renzi e Michele Emiliano (ex magistrato, ex  AN, ex fedele della prima ora di Renzi) fosse scoppiato uno scontro pesante. Ma perché questo scontro doveva essere tanto importante, per noi? Che Renzi ed Emiliano fossero messi in un’arena per combattere fino a che uno dei due non fosse passato a miglior vita; preferibilmente Renzi, ma anche Emiliano, meglio un qualunque PD morto che nessun PD morto.
Sulla necessità di sbattersi come matti per la vittoria di un sì che nella pratica non avrebbe cambiato nulla, sotto la guida di Michele Emiliano del PD, dentro un’allegra combriccola che andava da Forza Nuova a Rifondazione “Comunista”, passando per Casapound, M5S, Brunetta, Salvini, Meloni, SEL, centri sociali, reti comuniste, partitini trotkisti, partitini stalinisti, gruppi, sindacati di base e chi più ne ha più ne metta… non era meglio contare fino a 10 (giga)?
Macché, persino alcuni “grossi” rivoluzionari hanno pensato che il referendum del 17 aprile fosse una nuova Stalingrado e si sono armati…. di tessera elettorale.
Invece no, era solo una nuova Caporetto. E la differenza non sta solo nel fatto che a Stalingrado si è vinto e a Caporetto si è perso. Sta nel fatto che a Stalingrado era giusto combattere anche se si fosse dovuto perdere, mentre a Caporetto era giusto disertare anche se si fosse potuto vincere.
Note
[1] “Praticamente tutti i principali partiti di opposizione hanno detto che voteranno sì al referendum. Tra quelli di sinistra, tradizionalmente più attenti ai temi del rispetto dell’ambiente e delle energie rinnovabili, ci sono SEL, Possibile (il movimento fondato da Pippo Civati quando uscì dal PD), L’Altra Europa con Tsipras e i Verdi. Tra gli altri partiti di opposizione, anche il Movimento 5 Stelle e Italia dei Valori stanno facendo campagna per i sì. Poi ci sono molti partiti di destra: Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Nuova e perfino Casapound, il movimento neofascista, tutti per il sì.”
[2] Cfr. Wikipedia, Referendum abrogativo del 2016 in Italia

 

 

 

 

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