Mon Oncle di Jacques Tati

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Titolo originale: Mon Oncle

Paese di produzione: Francia

Anno: 1958

Durata: 110 minuti

Genere: commedia

Regia: Jacques Tati

Fotografia: Jean Bougoin

Musiche: Franck Barcellini e Alain Romans

“Mon Oncle” di Jacques Tati, dal regista stesso interpretato, è lo zio che forse vorremmo tutti avere.

Film del 1958, ritorna al cinema in versione restaurata per deliziare gli spettatori con una sottile ironia, semplici gesti, goffi, impacciati di un protagonista sovrappensiero, ingenuo, che attraversa la vita con ombrello e pipa posando uno sguardo interrogativo su una realtà che pare, in parte, non comprendere.

E’ la realtà dei grandi, degli adulti, delle convenzioni sociali e di una posizione da raggiungere a tutti i costi dimenticando gli affetti, le persone, le relazioni: le cose, gli oggetti e conversazioni sul nulla imperano sulla scena simbolo di una società ripiegata su se stessa e giunta fino ai giorni nostri intatta e ben confezionata per farsi accogliere anche da noi, totalmente ammaestrati al consumismo e a uno stile di vita che sembra l’unico a cui dover tendere.

“Mon Oncle” ridicolizza la società dei consumi senza troppe parole, poche conversazioni che fanno quasi pensare di vedere un film muto, ma ricco di intelligente umorismo di chi guarda oltre le apparenze.

“Prima di girare film ero un mimo: dovevo riprodurre per la gioia degli spettatori quello che osservavo nella vita. Nel cinema ho portato la stessa tecnica di osservazione del prossimo, copiando la vita, mostrando le piccole assurdità e i tratti tipici dei singoli individui”. Jacques Tatischeff (1907-1982).

Il film è infatti avaro di dialoghi, la sua bellezza va ricercata nell’espressività dei personaggi, nelle gag che rappresentano una realtà che quando ci viene svelata diciamo: “ma perché non ci ho pensato prima?”.

Due mondi contrapposti si parano davanti agli occhi degli spettatori, il mondo della nuova società consumistica, in un quartiere anonimo, in una casa asettica, con persone sterili e il mondo del vecchio quartiere, con le persone nella strada che parlano, discutono, chi urla, chi sorride, chi aspetta un buffetto sulla guancia, cani randagi che vagolano giocando, bambini che con l’astuzia dell’età passano il tempo a tendere tranelli ai passanti: e la strada è viva, è punto di incontro e di scontro, è vera.

La colonna sonora è gioiosa, un refrain allegro che facilmente si insinua nella mente per svelare nella sua semplicità una tendenza alla positività e alla leggerezza.

Non è necessario in questa sede delineare la sinossi del film: lo zio va visto al cinema, nella sua completezza, lo zio affettuoso che posa lo sguardo differente sulle cose del mondo, sulle persone che lo abitano e rivela semplici segreti che fanno bene, rassicurano, indicando che c’è un modo altro, diverso per vivere e lasciare un segno della propria esistenza.

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