Io, Daniel Blake

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ANNO: 2016

REGIA: Ken Loach

ATTORI: Hayley Squires, Micky McGregor, Natalie Ann Jamieson, Dave Johnson, Colin Coombs

SCENEGGIATURA: Paul Laverty

FOTOGRAFIA: Robbie Ryan

PRODUZIONE: BBC, BFI, Sixteen Films

PAESE: Gran Bretagna, Francia

DURATA: 100 Min

Scontato Daniel Blake.

La storia è questa: Daniel Blake, a seguito di un infarto, fa domanda per il sussidio statale. Il cardiologo sostiene infatti che non possa lavorare. Il film incomincia con le domande di rito poste da una specialista della sanità – non un medico o un’infermiera, ma un’impiegata di una società privata che ha vinto l’appalto statale – la cui voce, in modo piatto, incalza con le domande per arrivare al termine del questionario che sapremo, non avrà buon esito per la concessione del sussidio.

Daniel Blake si addentra così nell’intricato mondo della burocrazia, non potendo sperare nel sussidio può fare ricorso e presentare intanto la domanda di disoccupazione. A questo punto il mondo informatizzato di cui Daniel non sa niente si erge come un muro di cemento armato contro il quale va a sbattere, facendosi male anche solo per compilare un modulo.

Il sussidio di disoccupazione prevede di dimostrare che si è attivi nella ricerca del lavoro. Daniel Blake si adegua, frequenta suo malgrado, un seminario per imparare a redigere un curriculum vitae, consegna personalmente il curriculum a possibili datori di lavoro, riceve anche un’offerta che si trova costretto a rifiutare perché come dice il suo medico, non può lavorare. Deve solo dimostrare di cercare lavoro così potrà avere la disoccupazione.

Daniel intanto conosce al centro per l’impiego, Katie che sta sperimentando le stesse difficoltà senza riuscire a districarsi nella trappola burocratica che ha stretto anche lei e così, con due figli e nessun lavoro fraternizza con Daniel Blake e nasce un bel rapporto di amicizia, solidarietà tra gli ultimi. Evitiamo di commentare l’evoluzione del percorso di Katie che è facilmente prevedibile.

La storia prosegue ed è questa dunque: Daniel Blake esasperato dal sistema burocratico, da impiegati che rispettano le regole, i soliti Eichmann di cui è piena la storia e non solo, scrive sul muro la sua protesta che non riportiamo per non privarvi della sorpresa. E così Daniel Blake diventa l’eroe, l’ultimo degli ultimi che ha avuto un sussulto rivoluzionario.

Questo è quanto ha da dirci Ken Loach: sfiniti da un sistema che non siamo in grado di cambiare lo subiamo finché non scoppiamo e scriviamo sui muri. Certo, non siamo rivoluzionari e non siamo, nelle nostre realtà, probabilmente neanche in grado di scrivere una protesta sul muro. Ma forse neanche lo vorremmo anche se si, siamo disperati come Daniel Blake, con un sistema sanitario che si sta sempre più riducendo al minimo, con un mondo del lavoro che penalizza sempre di più i lavoratori, l’educazione allo sbando, viviamo come sudditi incatenati convinti di essere liberi, ma Ken Loach? Dirige un film sulle difficoltà di vivere nella società di oggi, disapprova il sistema, ne evidenzia i paradossi e le criticità e dunque poteva forse azzardare qualcosa di più?

La persona “normale” che nella difficoltà trova come unica via di uscita, dopo aver provato a seguire le regole, quella di scrivere sul muro per poi rinchiudersi in casa in una sorta di depressione, potrebbe essere la storia di tutti noi, e certamente non è arduo riconoscersi nelle vicissitudini kafkiane (non volevamo scriverlo ma è così), ma Ken Loach, ci chiediamo, non poteva proporre una via d’uscita altra? Avrebbe potuto, poiché il suo cinema è considerato politico, militante, offrire un punto di vista degno di tali aggettivi? Non l’ha fatto Ken Loach e ha perso un’occasione per dare una risposta politica alla situazione odierna. Non che aspettassimo risposte, quelle vanno costruite in modo sistematico, lavorando con costanza e tenendo ben a mente il progetto politico capace di cambiare, almeno nel piccolo, le nostre realtà. Ma un punto di vista più consistente forse ce lo aspettavamo.

Certamente il regista ha ben saputo rappresentare la vita di gran parte di noi, le persone comuni che nelle avversità solidarizzano e trovano sempre qualcuno disposto ad aggiungere un posto a tavola (per dirla all’italiana) o una sosta alla banca del cibo come nel film. Ma forse ci chiediamo, neanche lui sa quale possa essere oggi la via da intraprendere, il percorso che, se al momento non può assolutamente essere rivoluzionario, mancando una coscienza di classe e una solidarietà tra lavoratori, possa almeno essere di resistenza e se non altro che sfugga alla retorica e al buonismo? Forse anche Ken Loach è confuso e non sa, non riesce ad andare oltre questa cortina di nebbia che ci sta avvolgendo sempre di più, e nonostante abbia dipinto sapientemente la vita quotidiana, ha offerto allo spettatore il quadro di ciò che già conosce, quello di esseri umani spaesati in un mondo che ci vuole sempre più parcellizzati, senza un’identità di classe, singoli individui che solamente davanti a fatti palesi ed eclatanti si uniscono, ma solo per il piatto di pasta, all’amatriciana magari, poi tutto torna come prima, senza un progetto, senza un disegno capace di colorare e modificare le realtà.

E poiché crediamo che anche l’arte, nelle sue varie espressioni, possa e debba essere di impegno politico, crediamo che in questo film Ken Loach abbia fallito.

Sembra che anche il regista inglese sia caduto nel tranello dell’era moderna: il titolo stesso suggerisce un individualismo, si, il regista vuole ricordare che c’è l’individuo, che il rispetto della persona è fondamentale come scrive Daniel Blake nella parte finale del film: “sono un cittadino, niente di più, niente di meno”.

Questo volevamo sentire da Ken Loach? Che siamo cittadini e vogliamo i diritti dei cittadini? Cittadini di quale stato? Di quale paese? Non siamo invece forse lavoratori, uomini e donne sfruttati in una società che non lascia scampo, un sistema che stritola e nulla chiede se non la nostra totale dedizione come consumatori, clienti di servizi inutili che rincorrono il nulla diventando automi, macchine manovrate da altri, senza capacità critica, senza troppo pensare perché confusi, distratti da altro?

Perché cadere nell’inganno di chiedere diritti ad uno stato che per sua stessa natura nulla può se non perseguire i propri interessi – che non sono gli stessi dei cittadini; l’ha dimostrato il regista stesso per l’intero film.

Lo stato deve, per vivere e mantenere il potere che rappresenta, cercare di limitare i danni, le spese e tutto ciò che lo potrebbe eventualmente mettere in discussione. E noi, chiediamo di essere cittadini di tale stato ed in quanto tali rispettati? Ken Loach punta il riflettore sulle criticità del sistema e poi chiede di esserne parte? No, Ken Loach questa volta non ci ha convinto per niente e con questo film ci ha definitivamente persuaso che il cinema militante, politico non è il suo terreno, e se non voleva fare questo genere di film peccato, ci aveva abituato ad altro.

Si giunge infine al giorno del ricorso. L’avvocato è convinto che si vincerà e Daniel Blake potrà avere il sussidio statale per malattia. Il finale lo lasciamo immaginare a voi lettori, che ormai di questo Ken Loach avrete intuito le trovate eccezionali. E non serve disturbare nuovamente Kafka.

 

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