Pasolini e la Resistenza

Pier Paolo Pasolini non ha fatto la Resistenza, l’ha fatta Guido, suo fratello minore che è morto lottando quando ormai la guerra era alla fine.

Lo scrittore ha spesso ricordato il fratello in poesie o conversazioni, ma sulla Resistenza ha sempre espresso l’opinione che è stata una mancata Rivoluzione, che la luce che si sperava si spandesse su tutti gli uomini, anticipatrice di un nuovo sistema, una nuova realtà socialista si è spenta e chi aveva creduto a quella luce può solamente piangere lacrime amare. Alla poesia intitolata “La Resistenza e la sua luce” segue la lirica “Lacrime” in cui il poeta acquisisce consapevolezza che la Resistenza non si è realizzata e, benché momento storico importante, si è rivelata una sconfitta e ancora più disperazione sente lo scrittore nella coscienza dell’inutilità di tanta morte e distruzione. Le forze politiche comuniste infatti non hanno saputo, o forse voluto indirizzare lo slancio della Resistenza verso la creazione di un nuovo sistema politico che sbaragliasse il vecchio  e non fornisse terreno fertile per il finto nuovo che si sarebbe infatti realizzato come continuazione del precedente. Poco è cambiato dunque con la “liberazione”: apparentemente c’è stata più democrazia, una Carta Costituzionale, ma nella pratica, nella vita delle persone il cambiamento non c’è stato e come Pasolini soleva ricordare siamo passati dall’occupazione fascista ad un’occupazione ben più pericolosa che è quella della società dei consumi, come si legge in un noto articolo, Acculturazione e acculturazione, raccolto in Scritti corsari:

 Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei                consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava            lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano          imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la          loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e            incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque            affermare che la «tolleranza» della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la                        peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione?              Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle      infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. 

Crediamo che però sia importante tenere accesa una luce in questi tempi bui, resistere sempre per mantenere anche se piccolo, uno spazio di confronto e di critica della realtà nella quale siamo immersi e spesso inconsapevoli burattini ridotti solamente allo stato di consumatori.

Non siamo più lavoratori, uomini, donne, siamo acquirenti, compratori, destinatari delle merci e merci noi stessi nella società dello spettacolo che si muove in un villaggio globale che ci rende protagonisti del nulla, ci fa sentire collegati a migliaia di persone, di “amici” mentre siamo sempre più isolati, portatori di una cultura dell’individualismo sfrenato. Acquistiamo e vendiamo. Commercianti del nostro io, compratori del vuoto. Non siamo classe, non siamo uniti, non siamo…ma potremmo.

Vogliamo quindi rimanere sempre vigili su come si muove la realtà e, nel criticarla vogliamo anche proporre una nuova prospettiva per la nostra esistenza: rimanere lucidi e attenti osservatori del presente, studiarlo, comprenderne le dinamiche e frenare, resistere per impedire, nel nostro piccolo, il dilagare del nulla.

Riportiamo le due poesie di Pier Paolo Pasolini: La Resistenza e la sua luce e Lacrime pubblicate nella sezione La ricchezza della raccolta La religione del mio tempo Garzanti 1961

La Resistenza e la sua luce

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie  su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce ….

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile …
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Lacrime

Ecco quei tempi ricreati dalla forza
brutale delle immagini assolate:
quella luce di tragedia vitale.
Le pareti del processo, il prato
della fucilazione: e il fantasma
lontano, in cerchio, delle periferia
di Roma biancheggiante in una nuda luce.
Gli spari; la nostra morte, la nostra
sopravvivenza: sopravvissuti vanno
i ragazzi nel cerchio dei palazzi lontani
nell’acre colore del mattino. E io,
nella platea di oggi, ho come una serpe
nei visceri, che si torce: e mille lacrime
spuntano in ogni punto del mio corpo,
dagli occhi ai polpastrelli delle dita,
dalla radice dei capelli al petto:
un pianto smisurato perché sgorga
prima d’essere capito, precedente
quasi al dolore. Non so perché‚ trafitto
da tante lacrime sogguardo
quel gruppo di ragazzi allontanarsi
nell’acre luce di una Roma ignota,
la Roma appena affiorata dalla morte,
superstite con tutta la stupenda
gioia di biancheggiare nella luce:
piena del suo immediato destino
d’un dopoguerra epico, degli anni
brevi e degni d’un intera esistenza.
Li vedo allontanarsi: ed è ben chiaro
che, adolescenti, prendono la strada
della speranza, in mezzo alle macerie
assorbite da un biancore ch’è vita
quasi sessuale, sacra nelle sue miserie.
E il loro allontanarsi nella luce
mi fa ora raggricciare di pianto:
perché? Perché non c’era luce
nel loro futuro. Perché c’era questo
stanco ricadere, questa oscurità
Sono adulti, ora: hanno vissuto
quel loro sgomentante dopoguerra
di corruzione assorbita dalla luce,
e sono intorno a me, poveri uomini
a cui ogni martirio è stato inutile,
servi del tempo, in questi giorni
in cui si desta il doloroso stupore
di sapere che tutta quella luce,
per cui vivemmo, fu soltanto un sogno
ingiustificato, inoggettivo, fonte
ora di solitarie, vergognose lacrime.

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