25 aprile 1945: Vittoria?

Il 22 aprile , alcuni giorni prima della ricorrenza del 25 aprile, abbiamo parlato di Resistenza e liberazione. Nella locandina, il titolo “quale liberazione”? vuole interrogarsi per comprendere che cosa è stata   realmente la Resistenza, superando le prese di posizione che negli anni si sono accumulate su questa parte della storia. L’Italia è stata liberata dal fascismo o piuttosto è stata occupata, culturalmente, ideologicamente e politicamente dagli Alleati che hanno introdotto “the American way of life”. Analizzare in modo piuttosto freddo è importante non certo per evitare di ricordare il dolore, la sofferenza, il coinvolgimento di migliaia di italiani che hanno preso parte alla lotta partigiana, ma per analizzare i fatti, guardare l’esperienza della Resistenza da un punto di vista politico, quello che ha significato, perché la storia è andata in una direzione piuttosto che in un’altra.

La serata è incominciata con la lettura della poesia di Pierpaolo Pasolini, la Resistenza e la sua luce tratta dal testo “La religione del mio tempo” (che esce nel 1961 e raccoglie testi scritti tra il 1965 e il 1960) nella sezione “Ricchezza” per ricordare che la popolazione italiana, dal momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943 ha riposto molte speranze nella Resistenza in quanto strumento che potesse creare una nuova forma di società, basata sulla giustizia, senza lo sfruttamento dei lavoratori, senza “quelli che stanno in alto” e “quelli che stanno in basso” come ci ricorda Brecht.

Sono seguite alcune considerazioni sull’esperienza storica evidenziando che la Resistenza, benché abbia guadagnato, armi alla mano, spazi maggiori di movimento e di autonomia, è rimasto un momento non completamente realizzato: la sua caratteristica interclassista la rendeva talmente eterogenea che il fine comune di lottare contro i tedeschi e il fascismo non si poteva trasformare in Rivoluzione. Chi interpretava la Resistenza come lotta di classe, e quindi come momento introduttivo per un discorso rivoluzionario più ampio, dovette ricredersi e ritornare sui propri passi. E’ sufficiente ricordare la creazione del Comitato di Liberazione Nazionale il 9 settembre 1943 che univa al suo interno forze politiche opposte, per citarne un paio, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Altri sono stati i momenti di analisi storica, per esempio il ricordo della svolta di Salerno dell’aprile del 1944 in cui Palmiro Togliatti, proponeva di creare un governo provvisorio, rappresentativo di tutti i partiti antifascisti, al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale per creare un esercito in grado di combattere risolutamente contro tedeschi e fascisti. E con questo si impegnava a contrastare, lottare contro il fascismo a detrimento della causa rivoluzionaria che venne accantonata o comunque posta come elemento a cui pensare nel periodo post bellico. Si cerca di comprendere perché e come questo “compromesso temporaneo” abbia perso il suo carattere di temporaneità, finendo per oscurare gli obiettivi rivoluzionari in riferimento alla questione, centralissima per i comunisti, dello stato e del potere.

Il fascismo si era affermato con la forza, con la marcia su Roma del 1922 il re aveva dato a Mussolini il portafoglio di Primo Ministro. Appoggiarono Mussolini il re, gli industriali, il capitale, cattolici e liberali lo guardavano compiacenti.

Il fascismo non venne però eliminato con la Resistenza. Il fascismo era l’espressione del grande capitale, era il potere sul territorio nazionale e alla fine della guerra rimasero le sue radici, per esempio quella che Mussolini stesso definì “la più fascista delle riforme”, la riforma Gentile della scuola, rimase praticamente inalterata fino al 1962, il codice penale Rocco è tuttora gran parte in vigore.

Il fascismo fu solo la forma politica che in un paese economicamente e civilmente debole le classi dirigenti scelsero per avviare il passaggio da una economia ancora agricola ad una prevalentemente industriale; e che la Resistenza, dunque, ha soltanto agevolato lo sviluppo delle forme moderne della produzione capitalistica in Italia, inserendola così inesorabilmente nell’orbita del capitalismo statunitense. Altro che “liberazione”, dunque.

La Resistenza va presentata quindi come l’importante episodio della vita nazionale e internazionale che essa è stata e non potrà essere disgiunta quindi dalla storia della imponente non-resistenza al fascismo che la precedette, e a quella della sua utilizzazione a fini di consolidamento capitalistico che, alla conclusione del conflitto, le è seguita. Con episodi atroci e straordinari eroismi la Resistenza offre giusto argomento di emozione e di raziocinio. Vi si misura quanto possano le circostanze e volontà di minoranze, su di un popolo che il giudizio comune riteneva incapace di combattere con tanta energia e dimostra come non esistano condizioni oggettive assolutamente insuperabili. Anche vi si impara quanto poco eroismi e sacrifici possano fruttare in senso rivoluzionario quando non sia chiara e forte la capacità politica di chi deve reggerli. Vi si apprende che la storia, se esiste, è fatta di individuali tragedie non riscattate, di errore non risarcito, di ingiustizie non sanate; e finalmente dimostrando come, «chi fa le rivoluzioni a metà si scava la tomba», ma può, non si sa mai, insegnare a farle intere.

Forse ad un giudizio storico più rigoroso comincia ad esser chiaro che il fascismo non è stato altro che la forma politica che in un paese economicamente e civilmente debole le classi dirigenti si sono scelte per poter avviare il passaggio da una fase di economia prevalentemente agricola ad una di economia prevalentemente industriale; e allora la stessa Resistenza risulterà essere un episodio del medesimo fenomeno, ossia l’operazione politico-militare che ha contribuito a spazzare via i resti di una classe politica inetta ed ha consentito lo sviluppo delle forme moderne di produzione capitalistica anche nella nostra penisola. (Franco Fortini, Un giorno o l’altro, diario che raccoglie interventi privati e pubblici raccolti nel periodo dal 1945 agli anni 80).

La Resistenza va dunque inserita nel processo di liberazione del proletariato che, ancora oggi, animato dalla dinamica antifascista, sia capace di superarla per porsi ad un livello di lotta più alto e ampio: quello contro il capitalismo, il sistema di produzione capitalista che provoca ineguaglianze e distruzione con il solo fine del profitto, di pochi.

Ampie riflessioni sempre di natura storico politico sono state stimolate dalla lettura in forma di domanda e risposta del commento al film documentario del 1961 “All’armi siam fascisti!” che racconta il periodo storico dall’avvento del fascismo all’anno di produzione del film.

La conclusione è stata affidata alla lettura della poesia “Vittoria” in cui Pasolini ripercorre la vicenda storica della Resistenza concludendo che coloro che hanno lottato non possono far altro che voltarci le spalle per non aver rispettato il loro sacrificio e non aver interpretato il momento di svolta epocale facendo seguire alla Resistenza la Rivoluzione sociale.

Vittoria

di Pier Paolo Pasolini
Dove sono le armi? Io non conosco

che quelle della mia ragione:

e nella mia violenza non c’è posto

NEANCHE PER UN’OMBRA DI AZIONE

NON INTELLETTUALE. Faccio ridere

ora, se, suggerite dal sogno,

in un grigio mattino che videro

morti, e altri morti vedranno, ma per noi

non è che un ennesimo mattino, grido

parole di lotta? Non so poi

che ne sarà di me a mezzogiorno,

ma il vecchio poeta è «ab joi»

che parla, come lauzeta o storno

– e come un giovane vorrebbe morire.

Dove sono le armi? Non ritornano

i vecchi giorni lo so, ogni aprile

rosso, di gioventù, è passato.

Solo un sogno, di gioia, può aprire

una stagione di dolore armato.

Io che fui un partigiano inerme

– un mistico, imberbe Innominato –

adesso sento nella vita il germe

orrendamente profumato della Resistenza.

Nel mattino le foglie sono ferme

come sul Tagliamento o la Livenza:

non è un temporale che viene,

né una sera che scende, è l’assenza

della vita, che si contempla, si tiene

lontana da sé, intenta a capire

quali terribili, quali serene

forze ancora la empiano: profumo d’aprile!

un giovane armato per ogni filo d’erba,

volontario per voglia di morire!

———————

Bene, mi sveglio per la prima volta in vita mia

col desiderio d’impugnare un’arma.

Il ridicolo è che lo dico in poesia

– e a quattro amici di Roma, due di Parma –

che mi capiranno, in questa nostalgia

idealmente tradotta dal tedesco, in questa calma

archeologica, che contempla un’Italia solatia

e spopolata, sede di partigiani barbari,

che scendono Alpi o Appennini, per la Vecchia Via…

Non è la mia che frenesia dell’alba.

A mezzogiorno sarò coi miei connazionali

alle opere, ai pasti, alla realtà che inalbera

la bandiera, oggi bianca, dei Destini Generali.

E voi, comunisti, miei compagni non compagni,

ombre di compagni, straniati cugini carnali

persi nei giorni presenti come in lontani,

non immaginati giorni del futuro, voi, padri

senza nome, che avete sentito richiami

che io credevo simili ai miei, quelli che ardono

oggi come dei fuochi abbandonati,

sulle fredde pianure, lungo i margini

dei fiumi dormienti, sui monti bombardati…

———————

Prendo tutta su di me la colpa (vecchia

mia vocazione, inconfessata, facile fatica)

della disperata nostra debolezza

per cui milioni di noi, con una vita

in comune, non furono in grado

di andare fino in fondo. È finita,

trallallà, cantiamo, cadono

le ultime foglie della Guerra

e della martire vittoria, sempre più rade,

distrutte a poco a poco da quella

che sarebbe stata la realtà,

non solo della cara Reazione, ma della bella

Socialdemocrazia nascente, trallallà.

Prendo (con piacere) su di me la colpa

di aver lasciato tutto com’era:

della sconfitta, della sfiducia, della sporca

speranza degli Anni Amari, trallallera.

E prendo su di me lo straziante

dolore della nostalgia più nera,

quella che si rappresenta le cose rimpiante

con tanta verità, che spera

quasi di ricrearle, o ricostruirne le infrante

condizioni che le necessitavano, trallallera…

———————

Dove sono sparite le armi, pacifica

produttiva Italia che non importi al mondo?

Nella schiava bonaccia che giustifica

oggi la ristrettezza come ieri il benessere – dal profondo

al ridicolo – e nella più perfetta solitudine –

j’accuse! No, calma, non il Governo, o il Latifondo,

o i Monopoli – ma solo i loro drudi,

gl’intellettuali italiani, tutti,

anche coloro che giustamente si giudicano

miei forti amici. Saranno stati questi i più brutti

anni della loro vita: PER AVERE ACCETTATO

UNA REALTA CHE NON C’ERA. I frutti

di questa connivenza, di questo ideale peculato,

sono che la realtà reale ora non ha poeti.

(Io? Io sono inaridito e superato.)

Ora che Togliatti se ne va con gli echi

degli ultimi scioperi di sangue,

vecchio, nel numero dei profeti

che, ahi, hanno avuto ragione – sogno nel fango

armi nascoste, nel fango elegiaco

tra piccoli che giocano, vecchi padri che vangano,

mentre dalle lapidi cade la malinconia,

le liste dei nomi si incrinano,

i coperchi delle tombe saltano via,

e i giovani cadaveri con la spolverina

che usava in quegli anni, i calzoni

larghi, e sulla chioma partigiana la bustina

militare, scendono lungo i muraglioni

dove stanno i mercati, giù dai viottoli

che uniscono i primi orti ai costoni

delle colline: scendono dai cimiteri. Giovanotti

con negli occhi qualcos’altro che amore:

una follia segreta, di uomini che lottano

come chiamati da un destino diverso dal loro.

Con quel segreto che non è più segreto,

scendono giù, muti, nel primo sole,

e, pur così vicino alla morte, il loro è il passo lieto

di chi ha tanto cammino da fare nel mondo.

Ma essi sono abitanti del monte, del greto

selvaggio del fiume padano, del fondo

della fredda pianura. Cosa fanno fra noi?

Tornano, e nessuno li ferma. Non nascondono

le armi – che stringono senza dolore né gioia –

e nessuno li guarda, come accecato dal pudore

per quell’osceno brillare di mitra, quel passo d’avvoltoi,

che scendono al loro oscuro dovere, nella luce del sole.

———————

Vorrei vedere chi ha il coraggio di dirgli

che l’ideale che arde segreto nei loro occhi

è finito, appartiene ad altro tempo, che i figli

dei loro fratelli da anni ormai non lottano

più, e la storia crudelmente nuova,

ha dato altri ideali, li ha quietamente corrotti…

Toccheranno, rozzi come barbari poveri,

le nuove cose che in questi due decenni l’uomo

crudele si è dato, cose inette a commuovere

chi cerca giustizia…

Ma facciamo festa, prendiamo le bottiglie

del buon vino della Cooperativa…

A sempre nuove vittorie, e nuove Bastiglie!

Il Refosco, il Bacò… Evviva, Evviva!

Salute, vecchio! Forza, compagno!

E tanti auguri alla bella comitiva!

Viene da oltre le vigne, da oltre lo stagno

delle Fonde, il sole: dalle tombe vuote,

dalle lapidi bianche, dal tempo lontano.

Ma adesso che violenti, assurdi, con ignote

voci di emigranti, sono qua,

impiccati a lampioni, straziati da garrote,

chi, alla nuova lotta, li guiderà?

Togliatti, lui, è finalmente vecchio

come per tutta la vita egli ha

voluto, e si tiene allarmato nel petto

come un pontefice, il bene che gli vogliamo,

sia pur fissato in epico affetto,

lealtà che accetta anche il più disumano

frutto di lucidità arsa e tenace come scabbia.

«Ogni politica è una realpolitica», anima

guerriera, con la tua delicata rabbia!

Non riconosci un’altra anima, eh? Questa

dove c’è tutta la prosa dell’uomo abile,

del rivoluzionario attaccato all’onesta

media dell’uomo (anche la complicità

con gli assassinii degli Anni Amari s’innesta

nel classicismo protettore, che fa

il comunista perbene): non riconosci il cuore

che diventa schiavo del suo nemico, e va

dove il nemico va, condotto dalla storia

ch’è storia di tutti due, e li fa, nel profondo,

stranamente fratelli; non riconosci i timori

d’una coscienza che, lottando col mondo,

ne condivide le norme della lotta nei secoli,

come per un pessimismo in cui affondano,

per farsi più virili, le speranze. Lieto

d’una lietezza che non sa retroscena

è questo esercito – cieco nel cieco

sole – di giovani morti, che viene

ed aspetta. Se il suo padre, il suo capo,

lo lascia solo nei bianchi monti, nelle serene

pianure – assorbito in un misterioso dibattito

con il Potere, legato alla sua dialettica

che la storia rinnova senza pace –

piano piano dentro i barbarici petti

dei figli, l’odio si fa amore per l’odio,

ardendo solo in essi, i pochi, i benedetti.

Ah, Disperazione che non conosci codici!

Ah, Anarchia, libero amore

di Santità, con i tuoi canti prodi!

———————

Prendo, anche, su di me la colpa del tentare

tradendo, del lottare arrendendosi,

dell’accettare il bene come il minor male,

antinomie simmetriche che io tengo

in pugno come vecchie abitudini…

Tutti i problemi dell’uomo, col loro tremendo

volerci ambigui (il nodo delle solitudini

dell’io che si sente morire

e non vuol presentarsi davanti a Dio nudo):

tutto prendo su me, onde poter capire,

da dentro, il frutto di quell’ambiguità:

un uomo adorabile, da cui in questo aprile

incalcolato, mille giovani scesi dall’Aldilà,

aspettano fiduciosi un segno che abbia

la forza della fede senza pietà,

a consacrare la loro umile rabbia.

Struggente, è in lui, Nenni, l’incertezza

con cui ha rimesso in gioco se stesso, e l’abile

coerenza, l’accettata grandezza.

Con cui ha rinunciato all’epico affetto

che poteva anche a diritto avere avvezza

la sua anima: e, uscendo dalla scena di Brecht,

per ritirarsi nei bui retroscena,

dove impara nuove parole reali l’eroe incerto,

ha spezzato a sue spese la catena

che lo legava al popolo come un vecchio idolo,

dando alla sua vecchiezza nuova pena.

I giovani Cervi, mio fratello Guido,

i ragazzi caduti a Reggio nel Sessanta,

col loro casto, il loro forte, il loro fido

occhio, sede della luce santa,

lo guardano, e aspettano le vecchie parole.

Ma egli, eroe ormai diviso, manca

ormai della voce che tocca il cuore:

si rivolge alla ragione non ragione,

alla sorella triste della ragione, che vuole

capire la realtà nella realtà, con passione

che rifiuta ogni estremismo, ogni temerità.

Che cosa dirgli? Che la realtà ha una nuova tensione

che è quella che è, e ormai non ha

più senso altro che accettarla…

CHE LA RIVOLUZIONE DIVENTA ARIDITÀ

S’È SENZA MAI VITTORIA… che forse non è tardi

per chi vuol vincere, ma non con la violenza

delle vecchie, disperate armi…

Che bisogna sacrificare la coerenza

all’incoerenza della vita, tentare un dialogo

creatore, anche contro la nostra coscienza.

Che la realtà, anche di questo piccolo, avaro

Stato, è più di noi, è sempre un’immensa cosa:

e bisogna rientrarne, se pure è così amaro…

Ma che ragione volete che ascolti questa ansiosa

masnada di uomini, che hanno lasciato – come

dicono i canti – la casa, la sposa,

la vita stessa, proprio nel nome della Ragione?

———————

Ma c’è forse, una parte dell’anima dí Nenni, che vuole

dire a questi compagni – venuti da laggiù,

con vesti militari, i buchi nelle suole

delle scarpe borghesi, e la loro gioventù

innocentemente assetata di sangue –

«Dove sono le armi? Avanti, su,

prendetele, dalla paglia, dal fango,

non vedete che non è cambiato niente?

Coloro che piangevano ancora piangono.

Quelli di voi che hanno cuore puro e innocente

vadano a parlare in mezzo ai tuguri,

ai caseggiati della povera gente,

che dietro i suoi vicoli e i suoi muri

nasconde la peste vergognosa, la passività

di chi si sa tagliato fuori dai giorni futuri.

Quelli di voi che possiedono un cuore

votato alla maledetta lucidità,

vadano nei laboratori, nelle scuole,

a ricordare che nulla in questi anni ha

mutato la qualità del conoscere, eterno pretesto,

forma utile e dolce del Potere, NON MAI VERITÀ.

Quelli di voi che obbediscono a un onesto

vecchio imperativo di religione

vadano tra i figli che crescono

col cuore vuoto di ogni reale passione,

a ricordare che il loro nuovo male

è SEMPRE, ANCORA la divisione del mondo. Quelli

infine tra voi a cui una triste nascita casuale

in famiglie senza speranza, ha dato spalle dure, capelli

ricci di criminale, oscuri zigomi, occhi senza pietà,

vadano, tanto per cominciare, dai Crespi, dagli Agnelli,

dai Valletta, dai potenti delle Società

che hanno portato l’Europa sulle rive del Po:

è giunta per ognuno di loro l’ora che non ha

proporzione con quanto ebbe e quanto odiò.

Coloro poi che hanno sottratto al bene comune

capitale prezioso, e che nessuna legge può

punire, ebbene, andate, legateli con la fune

dei massacri. In fondo a Piazzale Loreto

ci sono ancora, riverniciate, alcune

pompe di benzina, rosse nel quieto

solicello della primavera che riviene

col suo destino: è ora di rifarne un sepolcreto.»

———————

Se ne vanno… Aiuto, ci voltano le schiene,

le loro schiene sotto le eroiche giacche

di mendicanti, di disertori… Sono così serene

le montagne verso cui ritornano, batte

così leggero il mitra sul loro fianco, al passo

ch’è quello di quando cala il sole, sulle intatte

forme della vita – tornata uguale nel basso

e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro

silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso…

Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro

umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,

mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo

tra le foglie secche, i caldi fieni

di un bosco delle prealpi – nel dolore

e la pace d’una interminabile Domenica…

Eppure, questo è un giorno di vittoria!
[In Poesia in forma di rosa (1964), Appendice 1964, in Pasolini. Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, Milano 2003]

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