Pasolini: il murale di Nicola Verlato a Tor Pignattara

Murale-Nicola-VerlatoCi arrampichiamo su un muretto in cima al quale una cancellata in ferro protegge l’entrata di una palazzina: vogliamo fare la foto, nella sua interezza, al murale dedicato a Pasolini, Hostia, di Nicola Verlato. L’opera è alta circa dieci metri e larga sei, bianco e nero ben definiti, ombre e luci che l’artista ha utilizzato per omaggiare Pasolini. Una signora che sta entrando nell’area protetta ci dice che non siamo allo stadio, che non si può salire sul muro, che le abbiamo rovinato le sbarre di ferro, fate ‘n po’ come ve pare. E va bene, finiamo di scattare qualche fotografia all’arte per tutti, all’arte che abbellisce il palazzo in via Alessi, a Roma, e scendiamo.

Anche Pasolini scende, cade, è la sua caduta che viene rappresentata, è la cappella Sistina di Tor Pignattara come viene soprannominata l’opera che è davvero imponente e, nella sua grandiosità, i particolari ci ipnotizzano e rimaniamo a guardare cercando di comprendere cosa ci vuole dire l’artista.

E’ bello il murale. E’ sobrio e non racconta niente di più, ma niente di meno di quella che è stata la vicenda Pasolini, uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo; è realismo che si para davanti ai nostri occhi: Pasolini ucciso, il suo presunto assassino trattenuto dalle forze dell’ordine guarda la caduta e così fanno i giornalisti, la stampa, accorsa sul posto. Pasolini è bello, muscoloso, cade, a testa in giù e va a ritrovare se stesso infante, sulle ginocchia della madre, mentre impara a scrivere e rivolge lo sguardo a Petrarca, suo mentore. Intanto Ezra Pound lo guarda cadere. Ezra Pound e Pasolini, due opposti, intellettualmente, che non sono andati allo scontro per stima reciproca, e che si sono visti nel 1967 per un’intervista, come descritto nell’articolo di cui riportiamo il link.

http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/ppp-intervista-ezra-pound-di-angela-felice/

Vogliamo fare una riflessione su Pasolini, e il murale ce ne offre l’opportunità.

Pasolini con la sua arte ha proposto strumenti utili per comprendere in modo lucido la realtà, capirne le dinamiche ed essere partecipi e attori del processo di cambiamento che tende all’emancipazione dell’umanità: è caduto, prematuramente, sarebbe caduto dopo, ma la sua eredità? La sua produzione artistica? Non è scomparsa. Non è andata al macero, al rogo, no, ma è spesso dimenticata; si susseguono gli anniversari della morte, si celebrano le date e si dimentica la persona con la sua opera. Forse anche Pasolini sta sperimentando ciò che temeva Brecht quando scrisse: “mi accorgo che comincio a diventare un classico[1]” e di conseguenza, inoffensivo[2]?

Non vogliamo un Pasolini classico, inoffensivo, che campeggia in tutte le librerie, in tutte le biblioteche ma che ha perso la sua forza rivoluzionaria, di combattente, di critico della società ed è diventato solamente libri, film, poesie, parole che non hanno alcun ritorno nella prassi quotidiana.

Non vogliamo pensare che egli, come tanti altri, sia caduto e non si rialzi, lo vogliamo vedere come rappresentato in un’altra opera, che si trova in varie parti di Roma, La pietà secondo Pasolini, di Ernest Pignon-Ernest.

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Pasolini in piedi, regge se stesso morto. Sembra che ci voglia consegnare il cadavere, ma noi, oltre al cadavere accogliamo tutta la sua opera, tutta la sua intelligenza e preparazione. E’ anche in piedi Pasolini, e in piedi sono tutti i suoi scritti, tutta la sua produzione.

Vogliamo ricordare gli Scritti corsari, i Ragazzi di vita, Una Vita violenta, vogliamo ricordare la denuncia alla società dei consumi, gli stimoli di riflessione offerti dalle sue domande, puntuali, precise che richiedevano delle risposte altrettanto precise. Vogliamo ricordare lo studio, la ricerca, l’impegno di essere sempre presente nella realtà di allora, negli accadimenti quotidiani, per cercare la verità.

Grazie all’opera di Verlato – per la quale non ci prodighiamo in analisi artistiche non essendo critici d’arte ci siamo ricordati che Pasolini è un riferimento fondamentale per la nostra formazione e crescita di individui consapevoli, che da lui possiamo assimilare un metodo per guardare la realtà, possiamo assorbire gli strumenti dell’analisi, della critica, della ricerca costante, quasi urgente delle cause che hanno prodotto la società in cui viviamo. Pasolini ci aiuta a distaccarci dal senso comune che ostacola qualunque tentativo di modificare la direzione della società: direzione che ci viene spesso presentata come incorreggibile.

Allora Pasolini non solo non sarà mai caduto per noi, ma sarà sempre in piedi con voce chiara a ricordarci il nostro impegno. Anche se non siamo intellettuali.

Riportiamo una selezione di alcuni articoli pubblicati in Scritti Corsari, consapevoli di non rendere merito alla produzione dello scrittore: abbiamo optato per alcuni testi in cui è evidente l’impegno che Pasolini assumeva su di se in quanto intellettuale e, come tale, incapace di tacere e deciso ad andare al cuore delle questioni, incapace di fermarsi all’apparenza delle cose e determinato nello spogliare ciò che si presentava come naturale, ovvio, interessante o banale, giusto o sbagliato per rivelare la vera essenza e trovare i responsabili dei “travestimenti” in atto nella società. Travestimenti sempre proposti per distogliere l’attenzione dalle questioni di vitale importanza, quelle che toccano le nostre esistenze nel quotidiano, di solito peggiorandole e di cui spesso individuiamo come responsabili quelli che stanno peggio di noi. Senza vedere in modo chiaro che il mondo è diviso in due, quelli che stanno in alto e quelli che stanno in basso, come diceva un altro maestro di analisi lucide della società quale Bertolt Brecht. E quelli che stanno in alto non siamo noi.

14 novembre 1974.

Il romanzo delle stragi (Sul «Corriere della sera» col titolo «Che cos’è questo golpe?»)

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio «progetto di romanzo» sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.

[…]

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi -proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

[…]

Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? É semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.

L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste sono categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso non pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi «formali» della democrazia, credo nel parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, ma su cui, a differenza di me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo «diplomaticamente» di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon -questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

 

Marzo 1974.

Gli intellettuali nel ’68: manicheismo e ortodossia della «Rivoluzione dell’indomani» (Sul «Dramma» per un’inchiesta sugli interventi politici degli intellettuali)

C’è stato un momento, pochi anni fa, in cui pareva ogni giorno che la Rivoluzione sarebbe scoppiata l’indomani. Insieme ai giovani – dal 1968 in poi – a credere nella Rivoluzione imminente che avrebbe rovesciato e distrutto dalle fondamenta il Sistema (come allora veniva ossessivamente chiamato; e chi l’ha fatto arrossisca) c’erano anche degli intellettuali non più giovani o addirittura coi capelli bianchi. In essi questa certezza di una «Rivoluzione dell’indomani» non trova le giustificazioni che trova nei giovani: essi si sono resi colpevoli di aver mancato al primo dovere di un intellettuale: quello di esercitare prima di tutto e senza cedimenti di nessun genere un esame critico dei fatti. E se, per la verità, si sono fatte in quei giorni orge di diagnosi critiche, ciò che mancava era la reale volontà della critica.

Non esiste razionalità senza senso comune e concretezza. Senza senso comune e concretezza la razionalità è fanatismo. E infatti, su quelle mappe intorno a cui si affollavano gli strateghi della guerriglia di oggi e della rivoluzione del giorno dopo, l’idea del «dovere» dell’intervento politico degli intellettuali non veniva fondata sulla necessità e sulla ragione, ma sul ricatto e sul partito preso. Oggi è chiaro che tutto ciò era prodotto di disperazione e di inconscio sentimento di impotenza. Nel momento in cui si delineava in Europa una nuova forma di civiltà e un lungo futuro di «sviluppo» programmato dal Capitale – che realizzava così una propria rivoluzione interna: la rivoluzione della Scienza Applicata, pari per importanza alla Prima Seminagione, su cui si è fondata la millenaria civiltà contadina – si è sentito che ogni speranza di Rivoluzione operaia stava andando perduta. É per questo che si è tanto gridato il nome di Rivoluzione. Non solo, ma ormai era chiara non tanto l’impossibilità di una dialettica, quanto addirittura l’impossibilità di una commensurabilità, tra capitalismo tecnologico e marxismo umanistico. Da ciò l’urlo che è echeggiato in tutta l’Europa, e in cui predominava, su ogni altra, la parola Marxismo. Non si voleva -giustamente – accettare l’inaccettabile. I giovani hanno vissuto disperatamente i giorni di questo lungo urlo, che era una specie di esorcismo e di addio alle speranze marxiste: gli intellettuali maturi che erano con loro hanno invece commesso, ripeto, un errore politico. Errore politico che, al contrario, non è stato commesso dal pci. Il pci Si è reso realisticamente conto fin da allora dell’ineluttabilità del nuovo corso storico del capitalismo e del suo «sviluppo»: ed è stato probabilmente proprio in quei giorni che è cominciata a maturare l’idea del «compromesso storico».

Ammesso che a proposito di un intellettuale non politico – un letterato, uno scienziato – si possa parlare del «dovere» di un intervento politico, questo è il momento di farlo. Nel 1968 e negli anni successivi, le ragioni per muoversi, per lottare, per urlare, erano profondamente giuste, ma storicamente pretestuali. La rivolta degli studenti è nata da un giorno all’altro. Non c’erano ragioni oggettive, reali, per muoversi (se non forse il pensiero che la rivoluzione si poteva fare allora o mai più: ma è un pensiero astratto e romantico). Inoltre per le masse la reale novità storica erano il consumismo, il benessere e l’ideologia edonistica del potere. Al contrario, oggi ci sono delle ragioni oggettive per un impegno totale. Lo stato di emergenza coinvolge le masse: anzi, soprattutto le masse. Riassumerei tali ragioni in due punti: primo, una lotta, «subìta», contro i vecchi assassini fascisti che cercano la tensione non più lanciando le loro bombe, ma mobilitando le piazze in disordini in parte giustificati dal malcontento estremo; secondo, rimettere in discussione il «compromesso storico», ora che esso non si configura più come un intervento su un corso ineluttabile, lo «sviluppo» identificato con tutto il nostro futuro; ma si presenta piuttosto come un aiuto agli uomini del potere a mantenere l’ordine. Non direi semplicisticamente che il «realismo» del compromesso storico sia definitivamente superato: ma certo esso va, quanto meno, ridefinito al di fuori dal suo stretto carattere di «manovra politica». Dunque, una forma di lotta disperatamente ritardata, e una forma di lotta avanzatissima. Ma è in queste condizioni ambigue, contraddittorie, frustranti, ingloriose, odiose che l’uomo di cultura deve impegnarsi alla lotta politica, dimenticando le rabbie manichee contro tutto il Male, rabbie che opponevano ortodossia a ortodossia.

 

11/07/1974

Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia (Sul «Mondo», intervista a cura di Guido Vergani)

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la «cultura» con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola «cultura» nel senso scientifico, 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura. Per la verità, data la mia esistenza e i miei studi, io ho sempre potuto abbastanza evitare di cadere in questi errori. Ma quando Moravia mi parla di gente (ossia in pratica tutto il popolo italiano) che vive a un livello pre-morale e pre-ideologico, mi dimostra di esserci caduto in pieno, in questi errori. Il pre-morale e il pre-ideologico esistono solo in quanto si ipotizzi l’esistenza di una sola morale e di una sola ideologia storica giusta: che sarebbe poi la nostra borghese, la sua di Moravia, o la mia, di Pasolini. Non esiste, invece, pre-morale o pre-ideologico. Esiste semplicemente un’altra cultura (la cultura popolare) o una cultura precedente. É su queste culture che si innesta una nuova scelta morale e ideologica: per esempio, la scelta marxista, oppure la scelta fascista.

Ora, tale scelta è essenziale. Ma non è «tutto». Infatti tale scelta, come Moravia stesso osserva, non va giudicata per se stessa, ma per i suoi risultati teorici o pratici (il cambiamento del mondo).

[…]

La cultura italiana è cambiata nel vissuto, nell’esistenziale, nel concreto. Il cambiamento consiste nel fatto che la vecchia cultura di classe (con le sue divisioni nette: cultura della classe dominata, o popolare, cultura della classe dominante, o borghese, cultura delle élites), è stata sostituita da una nuova cultura interclassista: che si esprime attraverso il modo di essere degli italiani, attraverso la loro nuova qualità di vita. Le scelte politiche, innestandosi nel vecchio humus culturale, erano una cosa: innestandosi in questo nuovo humus culturale sono un’altra. Un operaio o un contadino marxista degli anni quaranta o cinquanta, nell’ipotesi di una vittoria rivoluzionaria, avrebbe cambiato il mondo in un modo: oggi, nella stessa ipotesi, lo cambierebbe in un altro modo. Non voglio fare profezie: ma non nascondo che sono disperatamente pessimista. Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo che è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze.

[…]

É stata la propaganda televisiva del nuovo tipo di vita «edonistico» che ha determinato il trionfo del «no» al referendum. Non c’è niente infatti di meno idealistico e religioso del mondo televisivo. É vero che in tutti questi anni la censura televisiva è stata una censura vaticana. Solo però che il Vaticano non ha capito che cosa doveva e cosa non doveva censurare. Doveva censurare per esempio «Carosello», perché è in «Carosello», onnipotente, che esplode in tutto il suo nitore, la sua assolutezza, la sua perentorietà, il nuovo tipo di vita che gli italiani «devono» vivere. E non mi si dirà che si tratta di un tipo di vita in cui la religione conti qualcosa. D’altra parte le trasmissioni di carattere specificamente religioso della Televisione sono di un tale tedio, di un tale spirito di repressività, che il Vaticano avrebbe fatto bene a censurarle tutte. Il bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indiretto. Ma mai un «modello di vita» ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! Il linguaggio della televisione è per sua natura il linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento. Che viene dunque mimato di sana pianta, senza mediazioni, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà. Gli eroi della propaganda televisiva – giovani su motociclette, ragazze accanto a dentifrici – proliferano in milioni di eroi analoghi nella realtà. Appunto perché perfettamente pragmatica, la propaganda televisiva rappresenta il momento qualunquistico della nuova ideologia edonistica del consumo: e quindi è enormemente efficace. Se al livello della volontà e della consapevolezza la televisione in tutti questi anni è stata al servizio della democrazia cristiana e del Vaticano, al livello involontario e inconsapevole essa è stata invece al servizio di un nuovo potere, che non coincide più ideologicamente con la democrazia cristiana e non sa più che farsene del Vaticano.

[1] (B. Brecht Tagebucher, 17 giugno 1921)

[2] Paolo Chiarini (Brecht oggi, Un classico inoffensivo? Longanesi & Co.1977)

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