Elezioni 2017: candidati, umarells, soluzioni pronte e comunisti astratti

Con le presenti considerazioni desidero esprimere il mio pensiero sulle elezioni comunali a La Spezia, all’indomani del voto dell’11 giugno 2017 e in attesa del ballottaggio del 25 giugno per eleggere il sindaco della città.

La riflessione non procede nell’analisi delle singole persone o programmi politici, ma muove dalla valutazione che il voto, oggi, non rappresenta il mezzo reale per il cambiamento della società: i cittadini che esprimono la propria opinione votando non hanno la possibilità di scegliere tra effettive alternative politiche, si trovano “sballottati” nella confusione di voci urlanti, proposte più o meno allettanti che spesso non si tradurranno in fatti concreti.

La vicenda elettorale si riduce all’ormai conosciuto “meno peggio”, il male minore, che però, come  ricorda sovente Alessandro Bergonzoni nei suoi spettacoli teatrali, è diventato maggiorenne.

Da questo nasce la proposta di un costante confronto, studio, dibattito che poggi sulla consapevolezza che non ci sono ricette pronte da seguire alla lettera, che il contributo personale di tutti è importante per creare un nuovo terreno su cui costruire, con perseveranza, un’alternativa alla realtà odierna, una realtà che sia presente nel presente per studiare, con sguardo sempre più lucido, la società in tutti i suoi aspetti, per comprenderne le dinamiche interne, soprattutto le più recondite e andare al cuore dei problemi, che di solito non è quello che ci viene presentato come tale dai mezzi di comunicazione mainstream. Una puntuale analisi e conseguente rigida critica alla società capitalista sono le basi da cui partire per evitare di esserne parte integrante. Va messo in discussione l’esistente perché “rattoppare” o “riformare” non può essere la soluzione. La proposta precipua è di studio costante, di approfondimento per comprendere l’esistente affrontando scritti economici, politici, culturali, artistici che contribuiscano a creare quella consapevolezza che non permette di accettare ciò che viene proposto come naturale, giusto: quel senso comune che pare fornisca sempre risposte immediate e apparentemente rette, inevitabili e che invece va scardinato. Procedo nell’analisi.

Il momento del voto, nella nostra vita nazionale, è sempre occasione di riflessione, di confronto, di polemiche, di ricette bell’e pronte, di conversazioni al bar o in piazza, dibattiti con personaggi competenti, dibattiti improvvisati, dibattiti di buon livello e forse no.

Un momento in cui una parte degli italiani, risvegliata dal sonno eterno in cui abitualmente si trastulla, dice la sua su candidati, partiti, raggruppamenti, fa previsioni, trova soluzioni, litiga, difende questo o quello, e se non c’è nessuno da difendere ricorda sempre che votare è un diritto conquistato con la lotta, con la morte di molti, la Resistenza, e che non si può buttare nella spazzatura; è un dovere.

I protagonisti

L’inizio della campagna elettorale ha presentato due attori principali sul palcoscenico:

  • i pretendenti alla poltrona, possibili sindaci e conseguenti consiglieri comunali. Si prodigano in varie attività volte ad acquistare consensi; iniziative di vario genere sorgono in tutta la città, c’è un fermento evidente che vuole conquistare terreno, in uno scontro corpo a corpo con gli avversari politici;
  • gli umarells per dirla alla bolognese, sono gli anziani, pensionati che guardano con attenzione e costanza i lavori nelle strade. Per umarells in questo caso si intende rappresentare una categoria di persone, non solo i pensionati, che in genere sta a guardare ed esprime parere di esperti. Protagonisti della vita pubblica, complice il web, gli umarells sono attivi nella discussione politica e sentono di aver fatto il dovere di buoni cittadini. Soprattutto dopo aver votato ed essere tornati a casa nella più o meno confortante quotidianità.

Ma è davvero così?

Il numero dei candidati a sindaco, 12,  e quello degli aspiranti consiglieri comunali, oltre 700, è veramente elevato.

Tutti vogliono partecipare alla vita pubblica, esageriamo, quasi tutti in città si sono candidati alle elezioni comunali: un quotidiano locale riporta che c’è un candidato ogni 125 cittadini e quindi ipotizza che in ogni condominio ci potrebbe essere un candidato alle elezioni. Giusto, nel mio condominio ce ne sono due.

Ho ricevuto diversi inviti al voto da vari partiti politici, tutti mi hanno detto, “se non sei candidata anche tu”. No, non lo sono.

Che cosa hanno da offrire tutti questi candidati al voto? Perché si dovrebbe, a prescindere dalla personale adesione ad una corrente politica, dare la preferenza ad uno piuttosto che ad un altro? “Si può dare anche il voto disgiunto” hanno ricordato, tutti. Come dire: se anche non condividi in linea generale le proposte di quel partito, puoi votare la persona, quella che conosci, quella onesta, quella che sai che lavorerà per il bene di tutti. E dunque, puoi votare un po’ di qui e un po’ di là. Uno spot pubblicitario alla radio in questi giorni annuncia: “tutti offrono sconti, di qui e di là, ohhh ma io mica posso andare di qui e di là…” e viene proposto un supermercato come soluzione per ottenere tutti i prodotti a prezzi vantaggiosi.

E così anche noi, mica possiamo votare di qui e di là! Ma non c’è neanche un partito, un movimento, una lista che offra il meglio, come il supermercato.

Se si considerano le richieste di voto ricevute, si nota che sono poste in modo errato: presuppongono una scelta della persona, la quale si dovrà poi, per forza di cose, confrontare con altri che non avremmo mai pensato di autorizzare a rappresentarci, ma questo si sa, è l’annoso problema delle alleanze, compromessi, e la storia è ricca di esempi illustri.

Quindi, votare il volto nuovo, la persona onesta, la persona che si impegna e che porta avanti il suo mandato con serietà, competenza e dedizione è apprezzabile, ma potrebbe non essere sufficiente.

Votare chi nella politica milita da anni, da sempre, e parla di progetti ad ampio raggio, propone di trasformare la realtà, ma non propone una vera rottura con un passato che si è dimostrato fallimentare (basti pensare al mondo del lavoro, sanità, scuola), non può essere il nostro interlocutore. Non perché non crediamo ai progetti di ampio respiro.

Gramsci scriveva, nelle Lettere dal carcere

Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo[1].

Anche noi, donne e uomini medi, abbiamo le nostre convinzioni profonde e non le barattiamo per niente al mondo e chiediamo ai candidati quali sono le loro convinzioni profonde e su cosa poggiano.

Le nostre nascono non da un sentire personale, soggettivo, che affonda le radici in vicende intime, familiari o di una piccola comunità, ma scaturiscono dal sentirsi parte dalla storia quale continuo processo di liberazione e autocoscienza delle popolazioni, dall’umanità che ha camminato per la propria emancipazione andando alla radice delle questioni, interrogandosi sulle dinamiche di carattere economico, politico, culturale che muovono la realtà che abita.

Il senso comune non può essere la nostra guida. E neanche il buonsenso.

Le convinzioni profonde nascono dal confronto con chi ha aperto una strada e l’ha percorsa, a costo di sacrificare la propria vita: questo è il punto da cui partire. E dunque lavoriamo a stretto contatto con chi ha realmente proposto un modo per leggere e interpretare la realtà al fine di trasformarla, con chi ha fornito riposte attendibili e concrete alle dinamiche dell’esistenza come Marx, Engels, Gramsci e tanti altri ancora che hanno visto, per es. Brecht, Neruda, Pasolini per citarne solo alcuni, la propria arte essere un mezzo per rappresentare e sostenere, a tutti i costi, le convinzioni profonde.

Gramsci ci accompagna in questa riflessione sul voto perché il suo esempio può fornire uno stimolo per ricercare un certo rigore, una risolutezza e fermezza nel difendere le proprie convinzioni politiche ben consci che potrebbero avere delle conseguenze disastrose sulla nostra persona.

Gramsci aveva sempre rifiutato di barattare la propria salvezza con quella domanda di grazia che gli era stata più volte sollecitata e che egli considerava un “suicidio politico”[2].

Tatiana mi ha disilluso; credevo fosse più sobria nell’immaginazione e più pratica. Vedo invece che si fa dei romanzi,come quello che sia possibile che la reclusione venga trasformata, per ragioni di salute, in confino: possibile in via ordinaria, già si intende, cioè in virtù delle leggi e regolamenti scritti. Ciò sarebbe possibile solo per via di una misura personale di grazia, che sarebbe concessa, già s’intende, solo dietro domanda motivata per cambiamento di opinioni e riconoscimento ecc. ecc. […] io non ho nessuna intenzione né di inginocchiarmi dinanzi a chicchessia,né di mutare di una linea la mia condotta. Io sono abbastanza stoico per prospettarmi con la massima tranquillità tutte le conseguenze delle premesse suddette. Lo sapevo da un pezzo cosa poteva succedermi. La realtà mi ha confermato nella mia risoluzione, nonché scuotermi per nulla. Dato tutto ciò, occorre che Tatiana sappia che di simili romanzi non bisogna neanche parlare, perché il solo parlarne può far pensare che si tratti di approcci che io posso aver suggerito. Questa sola idea mi irrita[3].

Se non vogliamo barattare le nostre convinzioni più profonde, significa che dobbiamo lottare per queste, dobbiamo renderle forti, tanto forti da essere voce unica che si eleva sopra il coro e che dice la verità. La verità è che in questo minestrone di partiti, liste civiche, candidati più o meno buoni, nulla viene fuori se non appunto un minestrone nel quale le voci non si distinguono, le proposte, le promesse, gli impegni presi in campagna elettorale risuonano come un muro di cartongesso, messo lì solo per separare due ambienti, della stessa casa e quel muro non sorregge l’edificio. La verità è che non si può dire la verità e cioè che nessuno mette in discussione il campo da gioco, nessuno propone di cambiare il campo, si rimane lì dentro, ed è sempre una mischia con le solite parole che risuonano, vuote, ovunque: sembrano le offerte del supermercato per accaparrarsi più votanti: più lavoro, più sicurezza, più turismo, niente inquinamento, più sanità ecc.

Possiamo, volendo credere alla buona fede, essere certi dell’impegno delle donne/uomini onesti che lavoreranno instancabilmente; possiamo credere che ci sia qualcuno che faccia un lavoro in modo serio, senza interessi personali, volto al miglioramento della città. Ma è sufficiente, oggi, con le esperienze politiche, nazionali, europee, internazionali, avere persone oneste alla guida delle città, delle nazioni, del governo? Ci possiamo accontentare di questo?

Serve qualcosa di più. Non abbiamo le soluzioni pronte, ma vogliamo cercare, costruire insieme le risposte, sappiamo che non possiamo più dare credito a chi, volente o nolente ha contribuito alla distruzione della nostra vita e oggi sappiamo che i compromessi non hanno portato da nessuna parte.

Sui secondi attori, gli umarells, non è necessario dire molto, stanno a guardare, ma è da loro che si possono attendere cambi di direzione importanti: quello che ci resta da fare oggi è resistere, almeno intellettualmente, per cercare di non essere parte del minestrone. E allora anche se ci riconoscessimo nella categoria dei umarells, dovremmo considerarla una categoria in evoluzione che prende coscienza di sé e realizza che se sta a guardare è per analizzare la realtà, per studiarla e scoprirne le dinamiche cosi, invece che tornare a casa nella più o meno confortante quotidianità costruirà un nuovo cantiere capace di catalizzare l’attenzione e l’azione di altri umarells.

Conclusioni

Non è certamente questa la sede per un approfondimento di carattere politico e organizzativo, concludo con alcune considerazioni generali, che esulano dal momento del voto ma che ritengo importanti per meglio chiarire perché, se pur apprezzabile l’impegno di tanti candidati a voler contribuire al miglioramento della città in cui vivono, non è il solo percorso da seguire per porre le basi per un reale cambiamento, trasformazione dell’esistente.

La presente riflessione è nata da una conversazione con un’amica conosciuta 25 anni fa. Parliamo del voto, esprimo qualche opinione e dico che per quanto mi riguarda è fondamentale un approccio teorico, di studio che poi si realizzi in concreto; quindi studiare Marx, Engels, Gramsci e tutta quella letteratura, arte e cultura che ha visto il proprio sviluppo come impegno politico al fine di trasformare la realtà.

L’amica mi chiede: “e tu pensi di trovare le risposte nelle tue carte?”. Le mie carte, come le chiama lei parlano chiaro. Dico che non ci sono risposte a tutte le domande, che talvolta gli scritti necessitano interpretazione e soprattutto vanno adattati alla realtà presente, ma, si, ripenso alla sua provocazione e replico che certamente le mie carte offrono delle risposte. Le fondamenta sono state create, Gramsci nei Quaderni del carcere, proprio perché impossibilitato a vivere l’attualità, ha voluto scrivere un testo che andasse bene, für ewig come dice egli stesso, per sempre. Ha pensato, nel suo resistere intellettualmente al periodo fascista e alla vita da carcerato, che doveva trovare delle risposte e segnare una strada che fosse sempre percorribile, anche da noi, oggi.

Bisognava scrivere, non per un pubblico immediato, per raggiungere effetti immediati, su argomenti condizionati da circostanze esterne immediate, ma per lettori ideali presuntivi senza sapere se e quando essi si sarebbero incarnati in lettori reali. La scelta degli argomenti, e in primo luogo del <piano> della ricerca doveva essere quindi svincolata dai limiti dell’immediatezza […] Il primo argomento rinvia alle riflessioni sulla funzione degli intellettuali italiani nello sviluppo della questione meridionale[4].

E così Gramsci creava i lineamenti di una strategia politica, spesso valorizzata all’estero:

Gramsci, quindi, iniziò ad offrire ad alcuni intellettuali inglesi una possibile via di sviluppo del marxismo, poiché pur muovendosi “all’interno del quadro generale della teoria marxista” (quindi dando per scontati concetti come <modo capitalistico di produzione>, <forze produttive e rapporti di produzione>, eccetera), egli riusciva ad articolare il marxismo in maniera nuova o, quantomeno, complementare[5]. Ovvero, se Marx elaborava un “livello di astrazione più elevato” capace di comprendere “i processi generali che organizzano e strutturano il sistema di produzione capitalistico”, Gramsci entrava nelle maglie della storia cercando di applicare questi concetti a formazioni sociali storicamente determinate[6].

Certo che ci sono le risposte nelle “mie carte”, ci sono approcci che vanno bene, für ewig.

L’amica mi risponde che se ci fosse una soluzione giusta, l’avrebbero già trovata e usata. La soluzione non c’è dico, la soluzione pronta non esiste. Esiste il capitalismo, quella è la soluzione giusta per pochi, quelli che hanno il potere, ma non è la risposta giusta per noi, che non abbiamo nient’altro che la nostra forza lavoro da vendere.

Aspettare che qualcuno trovi una soluzione significa scegliere la via più facile, significa pensare che con il solo voto si dia il nostro contributo alla società in cui viviamo, siamo buoni cittadini, ma con il solo voto, lo vediamo ogni giorno, non abbiamo contribuito a migliorare niente. Ci vuole qualcosa di più.

La soluzione è cercare una soluzione, dotarci di strumenti per andare oltre il senso comune che ci fa sembrare giusto ciò che, se guardato sotto la superficie, non lo è. Dobbiamo avere uno sguardo lucido sulla realtà perché troppe sono le distrazioni che ci impediscono di averne uno.

In un saggio, Sulla pittura astratta Bertolt Brecht chiede ai pittori comunisti di prendere posizione in modo  netto, deciso, senza ambiguità sulle vicende della vita del mondo e credo che tale richiesta possa essere accolta anche da noi, anche se non siamo pittori, per spendere la nostra esistenza a vedere le cose in maniera diversa, la maniera adeguata alle cose, cioè, per cercare la verità.

Vedo che voi nei vostri quadri avete eliminato i motivi. Di oggetti riconoscibili non ve ne compaiono più. Riproducete la curva centinata di una sedia, ma non la sedia; il rosso del cielo, ma non la casa che brucia. Riproducete la mescolanza delle linee e dei colori, ma non la mescolanza della cose. Debbo dire che ciò mi stupisce e mi stupisce perché voi sostenete di essere comunisti, cioè gente la quale si propone di trasformare questo mondo che è inabitabile. Se non foste comunisti, ma lacchè dei potenti, non mi stupirei della vostra pittura. In tal caso essa non mi parrebbe inopportuna, la giudicherei anzi logica […]. Se voi foste lacchè dei potenti, fareste certo bene ad esaudire il desiderio dei vostri committenti che vanno in cerca di rappresentazioni un po’ imprecise, generiche, poco impegnative. […] Se foste pittori dei potenti, non avreste nessun bisogno di suscitare sensazioni determinate, come per esempio la collera per una determinata ingiustizia o la voglia di determinate cose di cui si vien defraudati oppure sensazioni connesse con la coscienza, quelle sensazioni che modificano il mondo e lo modificano in una determinata direzione; vi basterebbe invece suscitare sensazioni del tutto generiche, vaghe, ineffabili, sensazioni che possono provare sia i ladri che i derubati, sia gli oppressori che gli oppressi. Supponiamo che voi dipingiate qualcosa di indistinto, qualcosa di rosso: vedendo questo rosso indistinto gli uni piangeranno pensando a una rosa, gli altri piangeranno pensando a un bambino tutto coperto di sangue e dilaniato da una bomba d’aeroplano. A questo punto voi il vostro dovere l’avete fatto, avete suscitato delle sensazioni mediante colori e linee. […] Noi comunisti vediamo le cose in maniera diversa dagli sfruttatori e dai loro lacchè. E il nostro vederle in maniera diversa si riferisce alle cose. Ciò di cui si tratta sono le cose, non gli occhi. Se vogliamo insegnare che le cose debbono essere viste in maniera diversa, dobbiamo insegnarlo sulle cose stesse. E lo scopo che vogliamo raggiungere non è soltanto che le cose vengano viste “in maniera diversa”, […] bensì è la maniera giusta, cioè la maniera adeguata alle cose. […] Migliaia di esempi dimostrano che con i tubi dei colori e le matite si può dire, rivelare, insegnare sulle cose assai più che non solo ciò che riguarda le linee e i colori. […] Mostrate piuttosto nei vostri quadri che nella nostra epoca l’uomo è lupo per l’uomo e poi dite pure <Nella nostra epoca nessuno comprerà queste cose>. Infatti nella nostra epoca solo i lupi hanno i soldi per comperare quadri. Ma non sarà sempre così. Anche i nostri quadri contribuiranno a far sì che le cose non vadano sempre in questo modo[7].

Cecilia

 

[1] Gramsci, Lettere dal carcere, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975  p. 126

[2] Valentino Gerratana, Prefazione ai Quaderni del carcere, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975 p. XXXI

[3] Gramsci, Lettere dal carcere, versione digitale http://www.liberliber.it/ pp. 318-319 tratta da:  Lettere dal carcere / Antonio Gramsci ; a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini. – Nuova ed. riveduta e integrata sugli autografi , con centodiciannove lettere inedite. – Torino : Einaudi, 1965.

[4] Valentino Gerratana, Prefazione ai Quaderni del carcere, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975 pp. XVII – XVIII

[5] Diego Lazzarich, Gramsci nella prospettiva di Stuart Hall, in Marx e Gramsci. Filologia, filosofia e politica allo specchio, a cura di Anna di Bello, Atti del Convegno Internazionale organizzati dal Dipartimento di filosofia e politica, dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, Napoli 4-5 dicembre 2008, Liguori Editore, 2011

[6] S. Hall, L’importanza di Gramsci per lo studio della razza e dell’etnicità, in Id., Politiche del Quotidiano, a cura di G. Leghissa, Milano, il Saggiatore, 2006, p. 146

[7] B. Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1973 pp. 155, 156, 157

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