I giovedì di Plaza de Mayo

“la lotta che si perde è quella che si abbandona, e perché ho imparato a non patteggiare, a non arrendermi, a non tacere. E tutto questo me l’hanno insegnato i miei figli. Io non li ricordo né torturati, né uccisi: li ricordo vivi! […] noi non vogliamo tombe su cui piangere, perché non c’è tomba che possa rinchiudere un rivoluzionario. I nostri figli non sono cadaveri: sono sogni, utopia, speranza…Non si può seppellire tutto questo! Noi non vogliamo rivolgerci ai tribunali di questa democrazia per riavere i nipoti rapiti. […] noi non vogliamo soldi per la vita dei desaparecidos perché la vita non ha prezzo. I miei figli mi hanno insegnato che la vita vale vita. Solamente vita. E non si può riparare con denaro quello che deve essere riparato con Giustizia. […] la verità è che stanno costruendo una società malata dove la gente accetta una manciata di pesos per i propri morti e gli assassini non vanno in galera. E’ concepibile accettare soldi dalla stessa mano che ha firmato l’indulto per i criminali? In questo Paese il capitalismo prima ti ammazza, poi ti risarcisce. Ma che cosa ne farà poi la gente di quel denaro? Tutto quello che comprerà puzzerà di morte. So che le mie sono parole dure ma accettare il risarcimento significa prostituirsi perché così si tradiscono i nostri figli e gli ideali per cui hanno dato la vita. Così si perde il senso della lotta collettiva perché il danaro serve solo a farti diventare individualista. Io ho iniziato a lottare per i miei figli ma oggi lotto per i desaparecidos di tutto il mondo, per i perseguitati, per chi occupa le terre, per gli operai e gli studenti. Io non voglio passare la vita a raccontare come li ammazzarono perché loro non mi hanno insegnato questo. Jorge e Raul amavano la vita, il comunismo, l’utopia del hombre nuevo: solidale, comunitario, collettivo. Le Madri della Linea Fundadora e le Nonne vogliono apporre delle lapidi nelle facoltà universitarie con i nomi dei desaparecidos che le frequentavano. Io ho detto che no si permettano di mettere i nomi dei miei due ragazzi: loro non sono stati sequestrati perché studiavano fisica o legge, ma perché erano dei rivoluzionari. Noi non vogliamo le liste dei morti, vogliamo le liste degli assassini.

[…] Noi non trattiamo con nessuno. La nostra linea è chiara. Ci hanno chiamate in tutti i modi: pazze, terroriste, comuniste. […] E ci odiano soprattutto perché non siamo come le altre: siamo irregolari e chiediamo alla gente di disobbedire perché senza giustizia non può esserci democrazia. […] Le Madri di Plaza de Mayo non accettano di vivere in questo teatrino della democrazia, dove si fa credere al popolo che il suo destino si decida alle elezioni. Le Madri non votano, nemmeno il “meno peggio”. Sappiamo che la nostra voce dà fastidio ai potenti perché è la voce dei nostri figli”.

“Le irregolari” Massimo Carlotto

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